Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/351

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Ma no, creder non posso ch’ei sia così spietato;

Chi m’insidia la vita, non è che un scellerato.
Fernando è il traditore senza l’altrui consiglio,
E non saprà nemmeno lo sposo mio il periglio.
Dunque morir io deggio per un fellone irato?
Che risolver mai deggio in sì misero stato?
Sei torna ad insultarmi, di lui più non mi fido;
Se violentarmi ardisce, senza esitar mi uccido.
Ah, nel mio male estremo voglio tentar la sorte:
Vo’ col periglio incerto sfuggir sicura morte.
Cielo, mi raccomando al tuo pietoso auspizio.
Voglio la mia salvezza cercar nel precipizio.
(salta dalla finestra)

SCENA IX.

Strada.

Il Conte e Fabrizio.

Fabrizio. Signor, voi sol potete, voi cavalier possente,

Salvar me sventurato, salvar quell’innocente.
Conte. Come render poss’ io la misera sicura
Dal furor di un consorte che contro lei congiura?
S’egli ha di me sospetto, degg’io per la mia stima,
Con lui che reo mi crede, giustificarmi in prima.
Fabrizio. Sollecitar potete...

SCENA X.

La Marchesa e detti.

Marchesa. Misera me!

Conte. Che vedo?
Marchesa. Aiutatemi, amici.
Fabrizio. Ah il suo destin prevedo.
Conte. Cosa avvenne, Marchesa?