Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/358

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


SCENA III.

Fabrizio, poi don Fernando e Prosdocimo.

Fabrizio. L’impiccio è periglioso; ma superarlo io spero.

Conoscerà il padrone, s’ io sono un uom sincero.
Fernando. Quanto aspettar doveva? Ti hai di venir scordato?
Prosdocimo. T’insegnerò il trattare, servitor malcreato.
(a Fabrizio, e si nasconde dietro a don Fernando)
Fabrizio. Venivo in questo punto.
Fernando. Ma dov’è la Marchesa?
Di un mentitor mi aspetto qualche novella impresa.
Prosdocimo. Se manchi di parola!
(minacciando Fabrizio, e celandosi come sopra)
Fabrizio. Son galantuom, signore.
Ella è in camera chiusa; or or la chiamo fuore.
Fernando. Anderò io da lei.
Prosdocimo. Sì, ci anderemo noi.
Fabrizio. Voi, signor, moderatevi. Tu bada ai fatti tuoi.
La vedrete ha poco; ma parvi ch’ella sia
Cosa onesta il riceverla con simil compagnia?
(accennando ’Prosdocimo)
Fernando. In un luogo sospetto solo restar non deggio.
Fabrizio. Veramente con voi una gran scorta io veggio.
(ironico)
Prosdocimo. Se alcun vorrà insultarlo, tu lo vedrai chi sono.
Fabrizio. Parlami con rispetto. (minacciandolo)
Prosdocimo. Per ora io ti perdono, (ritirandosi)
Fabrizio. Signore, io vi consiglio usar la convenienza.
Che almeno della dama non resti alla presenza.
Può passar in cucina, dove gli ho preparato.
Perchè non stiasi in ozio, un boccon delicato.
Prosdocimo. Non dice mal Fabrizio. Potrebbe il mio cospetto
Far palpitar il cuore della signora in petto.
Andrò intanto in cucina. Se di me d’uopo avete,
Chiamatemi, son pronto; il mio valor vedrete, (parte)