Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/363

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Vendicate gl’insulti, ch’io vi offerisco il petto;

Vivere più non curo, e la mia morte aspetto.
Marchese. Sì, traditor. (minacciandolo colla spada)
Marchesa. Fermate. Quel barbaro inumano
Punire non si aspetta a voi di vostra mano.
Evvi giustizia in cielo, evvi giustizia al mondo,
Soccomberà l’audace delle sue colpe al pondo.
Se privata vendetta sopra di lui prendete,
Della ragione invece torto in giudizio avrete.
Quell’anima rubella non merta i vostri sdegni,
A consolar la sposa il vostro amor s’impegni.
Fernando. No, tollerar non posso che mi si vegga in faccia
Di mentitore i segni, di traditor la taccia.
E se da voi la morte posso sperare in vano,
Vivere più non voglio. L’avrò dalla mia mano.
(cuoi ferirsi)
Fabrizio. In casa mia, signore, non vo’ di queste scene.
(trattenendolo)
Ite a morire altrove.
Marchesa. Farmi sentir....
Marchese, Chi viene?

SCENA ULTIMA

Il Conte, un Uffiziale con soldati, e detti.

Conte. D’ordine del governo, prigione è don Fernando.

Uffiziale. Rendetemi la spada, e obbedite al comando.
Fernando. Difendermi non curo. Cedo alla cruda sorte.
Cercherò da me stesso accelerar la morte.
Pietà nel duro caso non merta un traditore;
Questo è il fin che procaccia un sregolato amore.
(parte coU’uffiziale e soldati)
Fabrizio. E Prosdocimo indegno non sarà castigato?
Conte. Prosdocimo a quest’ora dai birri è carcerato.
Come tu consigliasti, fu la giustizia intesa;
Contro i rei sul momento risoluzion fu presa.