Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/38

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Dipende dalla madre, e ancor si trova sola.

Ieri di vossustnssima si ragionò con esse.
Disse la ragazzina: Io sì, se mi volesse.
E la madre, voltandosi pietosamente a lei.
Disse: Col conte Orazio io mi contenterei.
Poi disse a me parlando: Via, questo affar trattatelo.
Soggiunse la figliuola: Andate, e salutatelo.
Trovar fortuna simile sì facile non è.
E degna tal bellezza di maritarsi a un re.
No, signor illustrissimo, non vo’ che a me si creda.
Non dico che la pigli; mi basta che la veda.
Faccia questa finezza di darle un’occhiatina;
Ha da far pochi passi, la giovane è vicina.
Vo’ che veda s’io dico almen la verità.
Conte. Bene, verrò a vederla; ma per curiosità,
Non per innamorarmi; ho già qualch’altro impegno.
Onofrio. Per me son contentissimo, se del favor son degno.
Andiamola a vedere così disabbighata.
Senza che sappia nulla. (Già sarà preparata).
Conte. Andiam., ma stiamci poco. Fra un’ora io sono atteso.
Onofrio. Si signore. (Scommetto che al laccio ei resta preso).
(da sè)
Conte. Ehi, se donna Felicita viene, che io non ci sia,
(esce un servitore)
Ditele che perdoni, che resti m compagnia
Di Livia mia germana, che seco or or mi avrà.
(al servitore che parte)
Andiamo a soddisfare la mia curiosità.
(ad Orìofrio, e parte)
Onofrio. Curiosità produrre suol de’ graziosi effetti.
Le donne, quando vogliono, san far de’ bei colpetti.
Chi sa che non rimanga il Conte innamorato!
Quando si va al mulino, si torna infarinato. (parte)
Fine dell’Atto Primo.