Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/383

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SCENA V.

Arriva una peata, dalla quale sbarcano vari Sonatori coi loro strumenti, cioè violini, violoni e corni da caccia.

Andreetta. Ben venuti, patroni.

Sonatori. Patroni reveriti.
Giacometto. Animo, che deboto credo che siemo uniti.
Sonatori. Semo qua per servirle.
Felippo. Andava a daspoggiar.
Andreetta. Ande desuso in portago, e principia a sonar.
Giacometto. E maneghe de schena.
Andreetta. E ai comi daghe fià.
Felippo. Non v’indubitè gnanta, dal vin ghe ne sarà.
Sonatori. Li avamo sta matma lustrai con dela gripola. (’)
Subito, andemo a farghe una sonada in tripoia. (a)
(partono i sonatori)
Andreetta. Mi credo che deboto saremo più de cento.
Cossa stemio a far qua? Voleu che andemo drento?
Giacometto. Andemo pur, mi vagno, dove che me mane.
Lelio. Andiamo. (incamminandosi)
Ottavio. Io son con voi. (a Lelio, seguitandolo)
Lelio. Perchè venir con ma?
Non potate andar solo? tant’altri non vi sono?
Statemi da lontano, va lo domando in dono.
Ottavio. Cosa dite, signori? da ridere mi viene.
Ei non mi può vedere, ed io gli voglio bene.
Lelio. Non vi voglio dappresso; l’ho detto, e lo ridico.
Del ben che mi volete, non me n’importa un fico.
Voi andate al casino; io vado in altro loco.
Fino all’ora del pranzo vo’ divertirmi un poco, (parte)
Ottavio. E bellissima in vero, pare che siam nemici,
E pur ve l’assicuro, che siam due buoni amici.
(a) Parla de’ corni da caccia.
(1) Tripolo: vol. XII, 470. Vedasi C. Musalli, C. Coldori e il vocabolo veneziano,
Ven. 1913, p. 31.