Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/397

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L’ho ritrovata a caso. Da lei son ben veduto,

E non vorrei che foste al solito venuto
A far le vostre scene.
Ottavio. Anzi giovar procuro
A ogni vostro piacere. (E lei, ne son sicuro).
Brigida. (Sto sior me par a mi che el gh’abbia più de l’omo).
Ottavio. Non sapete chi sia. Bella da galantuomo!
Parmi, se non m’inganno, d’averla conosciuta.
Non mi ricordo dove, ma so che l’ho veduta.
Brigida. La senta una parola. (ad Ottavio)
Ottavio. Son qui, che comandate? (a Brigida)
Brigida. (Dasseno, el me cognosse?) (piano ad Ottavio)
Ottavio. (Sì, ma non dubitate).
(piano a Brigida)
Lelio. (Ecco qui, mi perseguita sempre in una maniera).
Ottavio. Mi consolo con voi, se questa cosa è vera, (a Lelio)
Lelio. Di che cosa?
Ottavio. (Mi ha detto questa cortese dama).
(piano a Lelio)
Lelio. (E una dama?) (piano ad Ottavio)
Ottavio. (Sicuro). (piano a Lelio)
Lelio. (Buono!) (da sè) Come si chiama?
Ottavio. Con licenza, signora, (a Brig.) (La contessa Narcisa).
(piano a Lelio)
Lelio. (Ed a me aveva detto che avea nome Marfisa).
(piano ad Ottavio)
Brigida. No me vergogno gnente de dir quella che son.
Ma trovarme qua sola, lo so che no par bon.
Lelio. No, signora Contessa, non stia a rammaricarsi.
Brigida. Disela a mi, patron?
Ottavio. Non occorre celarsi;
Io son dei buoni amici un amico fidato.
L’esser suo, mia signora, a Lelio ho confidato.
Anch’egli è nato bene, e certo non saprei
Trovarne un altro simile, che convenisse a lei.