Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/40

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Mi ascosi nell’interno di un vicolo ristretto.

Attraversar lo vidi la via velocemente,
Con un che lo seguiva parlando bassamente;
E l’ho veduto entrare in certa porticciuola,
Ove abita una vecchia con giovane figliuola.
Voglia mi era venuto... ma so che non conviene
A giovane ben nata in pubblico far scene.
Ora ch’ è in altro stato, non è qual era prima:
Di me non si ricorda, di me non ha più stima.
Esce di casa in tempo che avevami invitata;
Non ho ragion. Contessa, di dimostrarmi irata?
Livia. Ancor non può sapersi là dentro il mio germano
Per qual ragion sia entrato: può sospettarsi invano.
Chi sa che là non abiti persona indifferente,
Che con quelle due femmine non abbia che far niente?
E poi, perchè i suoi passi esaminar volete?
Compatitemi, sposa ancor di lui non siete.
Felicita. E ver, sposa non sono, ma meco ha tale impegno.
Che usarmi non potrebbe un trattamento indegno.
Priva de’ genitori, sotto una zia canuta.
Per grazia della sorte di beni provveduta.
Arbitra di me stessa, da tutti non sprezzata,
Per riserbarla al Conte la mano ho altrui negata.
Troppo sarebbe ingrato, se a pratiche segrete
Rivolgesse il pensiero.
Livia. Perchè non aggiungete.
Che mal vi pagherebbe de’ benefizi vostri?
Felicita. Non vo’ per questa parte che grato a me si mostri.
Di far quel ch’io poteva per lui non ricusai.
Ma tosto ch’io lo feci, di già me ne scordai.
Chiedo la ricompensa a un merito maggiore:
Non ai piccioli doni, ma al mio costante amore.
Vorrei, che quale un tempo chiedeva a me consiglio.
Or facesse lo stesso, che forse è in più periglio.
Nello stato infelice in cui si ritrovava,