Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/43

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


Conte. Ella non ha motivo di comparir dolente.

Ora spiccio quest’uomo, e torno immantinente.
(si accosta ad un burb, lo apre, ne cava un anello di nascosto)
delle due donne.
Livia. (Dica pur quel ch’io penso; non ne averò spiacere;)
Di già la mia intenzione un dì si ha da sapere), (da sè)
Felicita. (Quasi sarei curiosa saper quali interessi)
Abbia con quell’omaccio, se saper lo potessi), (da sè)
Conte. (Portate alla ragazza per me quest’anellino.)
Ditele che perdoni). (piano ad Onofrio)
Onofrio. (in verità è bellino).
(guardandolo con cautela)
Conte. (Riponetelo presto). (piano ad Onofrio)
Onofrio. (Subito, sì signore), (ripone l’anello)
Felicita. (Che cosa mai gli ha dato? ho dei sospetti in cuore), (da sè)
Conte. ite da quel mercante, e ditegli che a conto
Tenga quel che gli mando del mio dovere in sconto.
Che poi ci rivedremo. (forte ad Onofrio)
Onofrio. Ella sarà servita.
La mercanzia gli piace? gli par che sia pohta?
Conte. Sì, ne son contentissimo, e a voi sono obbligato.
Onofrio. La sensana, signore, però non ha pagato.
Conte. Eccovi uno zecchino. Vi pare a sufficienza?
Onofrio. Per or son contentissimo; le faccio riverenza.
E questa la damma? (uerso Livia)
Conte. Sì, è la sorella mia.
Onofrio. Ella avrebbe bisogno di un’altra mercanzia,
Di genere diverso, ma sul tenore istesso.
La servirò, se occorre.
Conte. Non ne parliamo adesso.
Ci rivedremo poi.
Onofrio. Cospetto! ha un paio di occhi!
(piano al Conte)
Conosco il suo bisogno. La servirò coi fiocchi.
(a Livia, e parte)