Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/455

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Questo sempre ho avvertito alle scolare:

Badate bene a non seccar la gente:
Pelar la quaglia, e non la far gridare.
Lucrezia. Eh, in questo poi non temete niente;
Io son sua madre, e in simile faccenda
Sono stata ancor io donna eccellente. (via)
Rigadon. Addio. (a Rosina)
Rosina. Serva.
Rigadon. Non fate che vi attenda
Lungamente a pranzar.
Rosina. Verrò prestissimo. (via)
Rigadon. Questa ragazza ha abilità stupenda.
Poi ha un’occhio brillante e vivacissimo:
E bella; e mi dispiace, a dir il vero,
Ch’io sono a innamorarmi facilissimo.
Sia vizio di natura, o del mestiero,
Quando mi si presenta una scolara.
Bella o brutta che sia, piacerle io spero.
E ver che Giuseppina è la mia cara.
Ma se mi prendo qualche libertà,
Ella pur non sarà con tutti avara.
Affè di Dio, che il conte Anselmo è qua.
Io mi voglio provar, giacche è venuto.
Di prevalermi della sua bontà.

SCENA IV.

Il Conte Anselmo, Faloppa e detto.

Rigadon. Servo del signor Conte.

Conte. Vi saluto.
Che fate? State ben?
Rigadon. Per obbedirla.
Conte. Eccovi del rapè. (gli offre tabacco)
Rigadon. Non lo rifiuto. (lo prende)
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