Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/463

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Ch’ei non la dà per meno di sessanta)

Ridolfo. (Proverò di ridurlo a poco a poco). (a Fabrizio)
Rigadon. (11 merlotto ci casca). (da sè)
Ridolfo. Senza tanta
Difficoltà, ditemi in confidenza:
Vi servirian se fossero quaranta? (a Ridolfo)
Rigadon. Non la posso lasciare, in mia coscienza.
Ridolfo. Dieci più, dieci meno.
Rigadon, In verità...
Ridolfo. Voler quel ch’uno vuole, è prepotenza:
Sì, ve l’accordo, ha dell’abilità,
Ma non è uscita sul teatro ancora,
E concetto acquistato ancor non ha.
La maschera mi levo. La signora
Felicita è richiesta per Pistoia,
E l’impresario eccolo lì in buon’ora.
Rigadon. Siete, per dir il ver, la cara gioja.
Fingere il dilettante....
Ridolfo. Orsù finiamo,
Che queste baie mi recano noia.
Rispondetemi a tuono, e concludiamo.
Per cinquanta zecchini me la date?
Rigadon. Sì, a modo vostro.
Ridolfo. A far la scritta andiamo.
Fabrizio. Vorre’almeno vederla.
Ridolfo. (Non lasciate)
Che vi scappi di man questa fortuna:
La vedrete dappoi, quanto bramate). (a Fabr)
Fabrizio. Andiam; non ho difficoltade alcuna.
Rigadon. Venga pure. (via)
Fabrizio. Ridolfo è un uomo accorto, (via)
Ridolfo. Va, che tondo tu sei come la luna. (via)