Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/481

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Ma quel che di saper mi saria caro.

Ancor non so; vorrei saper la gioia
Di due cori che s’amano del paro.
Questo viver così mi viene a noia.
Da un amante sospira il genio mio
Qualche onesto piacer, prima ch’io moia.
Oltre il sapere, ho un po’ di dote anch’io;
Allo sposo darei, se non sdegnasse.
Trecento scudi che lasciommi un zio.
Uomo non crederei che mi sprezzasse,
Ma non lice a donzella andar in traccia;
Qualchedun ci vorria che mei trovasse.
Ridolfo. Se non credessi d’acquistar la taccia
Di quel mestier che si disprezza, e giova,
Vorrei andar per amor vostro a caccia.
Madama. Su via, Ridolfo, fatene la pruova.
I fatti nostri chi li ha da sapere?
Donna che taccia al mondo non si trova?
Ridolfo. Ditemi: chi vorreste?
Madama. Un cavaliere.
Ridolfo. E se fosse un mercante?
Madama. E perchè no?
Ridolfo. E se fosse per caso un botteghiere?
Madama. In ogni guisa maritarmi io vo’.
Basta sia ricco, e mi mantenga bene.
Ridolfo. E se fosse vecchietto?
Madama. Oh questo no.
Ridolfo. Qualche cosa di mal soffrir conviene.
Madama. Soffrirò tutto, fuor della vecchiezza.
Ridolfo. Se uno spiantato per le man vi viene?
Madama. Basta ch’abbia buon garbo e gentilezza;
Il ciel provvedere.
Ridolfo. Signora mia.
Vorrei dir, per ischerzo, una sciocchezza.
Se un marito ella vuol qualunque sia,