Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/501

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SCENA II.

Madama e detto.

Madama. Serva, signor fratello.

Rigadon. Oh mio tesoro,
Che fate? state bene?
Madama. In su le piume
Ho preso sei minuti di ristoro.
Rigadon. Cioè avete dormito.
Madama. Per costume,
Talor mi piace il parlar figurato.
Rigadon. Di metafore ho anch’io qualche barlume.
Madama. Il linguaggio comune è sciagurato:
Dir mi vo’ maritare, è un dir villano;
Meglio è detto: son presso a prender stato.
Rigadon. E elegante, egli è ver; ma non è strano.
Meglio detto sarebbe a parer mio:
Vo’ dar pastura al mio desire insano.
Madama. Turba d’insani giubilar vegg’io,
E l’impazzire colla maggior parte
Lodar sovente, ed approvar s’udio.
Rigadon. Mi sovviene aver letto in dotte carte:
Non si conosce il mal se non si prova;
Non si conosce il ben se non si parte.
Madama. Sempre chi cerca il bene, il mal non trova.
Rigadon. Ma se ritrova il mal, tardi si pente;
Che il pentirsi da sezzo nulla giova.
Madama. Lo soffre in pace chi al desir consente.
Rigadon. Non è saggio colui che arrischia il bene.
Madama. Chi non arrischia, non guadagna niente.
Rigadon. Sorella, in cuor qual fantasia vi viene?
Madama. Non perdiamo di vista il parlar colto.
Mi mette in frega il coronato Imene.
Rigadon. Il piacer d’Imeneo non dura molto.