Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/51

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SCENA VII.

Il Conte Orazio, poi Bigolino.

Conte. Più che parlare io l’odo, più di seguir m’accende

La strada del piacere, che facile mi rende.
Che vuol donna Felicita con i rimbrotti acerbi.
Che il ben che ho ereditato, solo per lei si serbi?
E la germana ingrata pretender vuole anch’essa
Tener la mia fortuna con sue minacce oppressa?
Nasca quel che sa nascere. Tanto ho acquistato e tcinto,
Che ogni pensier molesto vo’ ponere in un canto.
Vo’ divertirmi, e voglio...
Bigolino. Signor, con sua licenza,
Una povera donna la supplica d’udienza.
Conte. Lo sai che cosa voglia?
Bigolino. Non lo so dir, signore,
Ma posso assicurarla, ch’ è una donna d’onore.
Disse che un memoriale avea da presentare,
La prego in grazia mia di volerla ascoltare.
Conte. Ti preme che io l’ascolti?
Bigolino. Per dir la verità.
Mi piace, quando posso, di far la carità.
Tanto pregommi e tanto, ch’io prego il mio padrone.
Conte. E bella.^
Bigolino. Non è brutta.
Conte. Falla venir, briccone.
Bigolino. Mi ha detto qualche cosa; bramo sentire il resto.
La supplico, signore, di liberarla presto. (parte)

SCENA VIII.

Il Conte Orazio, poi Pasquina.

Conte. Di tutti facilmente io sospettar non soglio;

Ma temo questa volta che siavi un qualche imbroglio.
Pasquina. Serva di vossustrissima.