Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/512

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SCENA X.

Rigadon e detti.

Rigadon. Fatte si sono delle gran parole:

Questo processo è terminato ancora?
Notaro. Venga il signor maestro, e si console:
Si son fatte gran cose in men d’un’ora
Rigadon. Quel che ne risultò si può sapere?
Notaro. Con buona grazia; lo saprete or ora. (via)
Rigadon. Qual debb’essere il fin, mi par vedere.
I cento scudi rimarran per lui,
E noi potremo grattarsi il sedere. (a Ridolfo)
Pazzo davvero a consegnarli io fui.
Venite qua, signora impertinente: (a Felicita)
Ballate un poco in faccia di costui. (vuol sonare)
Felicita. Signor maestro, serva riverente.
Rigadon. Dove andate?
Felicita. A Pistoia.
Rigadon. Ed a che fare?
Felicita. A recitar delle commedie a mente.
So che buona non sono per ballare:
Farò la commediante, e il mio maestro
Sulle mie spalle non potrà mangiare. (via)
Fabrizio. Voi siete un uomo valoroso e destro;
Ma usar la frode nei contratti suoi
Qualche fiata merita un capestro. (via)
Rigadon. Che il diavol se li porti, e se l’ingoi:
Poco ho perduto a perdere la nescia:
Alzatevi, Rosalba, tocca a voi. (col violino tocca)
Rosalba. S’ella è andata a Pistoia, ed io vo a Pescia.
Rigadon. Come sarebbe a dir?
Rosalba. Con Filippino
Testè ci siamo coniugati in prescia.