Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/64

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Brigida. La mia Rosina non è sì fortunata.

Ha avuto fino adesso più di trenta partiti,
Ma se non ha a star bene, non vo che si mariti.
E ver che non ha dote, è ver ch’ è poverina,
Ma... (Ehi, che non mi senta: è bella e graziosina).
Guardatela, che occhi furbetti ed assassini.
Guardate che bianchezza, guardate i bei dentini.
(al Conte ed a Rosina)
Via, non si guardan gli uomini; via, voltatevi in là.
(a Rosina)
Che tu sia benedetta! che grazia! che bontà!
(alli due suddetti)
Conte. Certo non può negarsi, ha un merito infinito.
Riccardo. (Che vecchia maliziosa! come sa far pulito! )
Conte. Ma non istiamo in piedi. Chi è di là? da sedere.
(viene un servitore, e pone le sedie)
Brigida. Obbedite, Rosma, fatevi benvolere.
Riccardo. Favorite, di grazia. La figlia a lui vicina.
Io starò qui in un canto, dappresso alla mammina.
(fa passare Rosina vicino al Conte, ed egli siede vicino a Brigida)
Brigida. Le son bene obbligata. (a Riccardo)
Conte. Va ad avvisare il cuoco.
Che siamo in tre di più. (al servitore)
Brigida. Per noi mangiamo poco.
Rosina l’ho avvezzata mangiar tanto pochino
E ber sì scarsamente, che pare un uccellino.
A chi l’avrà in consorte non recherà gran danno.
Questo in una famiglia è molto in capo all’anno.
Riccardo. Non è picciola dote, per dir la verità.
Brigida. Un’altra come lei, al mondo non si dà.
Conte. Va poi dalla Contessa, dalla sorella mia,
Dille che due signore avremo in compagnia.
Che se prima del pranzo vuole passar di qua,
Farà i suoi complimenti, conoscerle potrà.
(parte il servitore)