Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/67

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Che pratichi non voglio, non voglio che si tocchi.

Presto; torniamo a casa. Se sarà destinata,
Le toccherà la mano, quando l’avrà sposata.
Conte. Non parmi avere offeso voi, ne la figlia vostra.
Brigida. Serva di lor signori, andiamo a casa nostra.
Conte. Vi supplico per grazia, di voi non mi private.
Riccardo. Eh via, non è niente, chetatevi e restate.
Brigida. No certo, a queste cose l’onor non può star saldo.
Ho i rossori sul viso; mi sento venir caldo.
Servitore. Quando comanda, è in tavola. (al Conte)
Conte. Via, siete supplicata.
(a Brigida)
Brigida. Basta, non vo’ passare per femmina ostinata.
Giacche ci siam, restiamo per questa volta sola;
Ma che nessuno ardisca toccar la mia figliuola.
Riccardo. Siete così cogli uomini austera e rigorosa? (a Brigida)
Brigida. (Parlo per la figliuola. Ma con me è un’altra cosa).
(piano a Riccardo)
Conte. Che disse la Contessa? (al servitore)
Servitore. La testa ha un po’aggravata.
Supplica questa mane di essere dispensata.
Pranza nella sua camera.
Conte. Questa novella è strana.
Non pranzerete meco senza di mia germana? (a Brigida)
Riccardo. Che non ci sia, che importa? a desinare andiamo.
Brigida. Oh via, per questa volta; andiam, già che ci siamo.
Conte. Vi son tanto obbligato. Vi ho tutto il mio piacere.
Permettete, signora, ch’io faccia il mio dovere?
(a Brigida, esibendosi dar la mano a Rosina)
Brigida. Per questa volta sola dagli la man, Rosina.
(s’incammina, servendo Rosina di braccio)
Riccardo. Il Conte colla figlia, ed io colla mammina.
(dà il braccio a Brigida, e partono tutti)
Fine dell’ Atto Terzo.