Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/78

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Servitore. (Non ho veduto mai tanta gente in un giorno.)

Son tcinti sparavieri ad un pollastro intorno).
(da sè, indi parie)

SCENA VII.

Il Conte Orazio, poi Sandrina.

Sandrina. Serva sua; a rallegrarmi sono venuta anch’io.

Conte. Di che vi rallegrate?
Sandrina. Ch’ è morto il signor zio.
Conte. Grazioso complimento! Quando muore un parente,
Venire a condolersi mi par più conveniente.
Sandrina. Se il morto lascia debiti, si sta in malinconia;
Ma quando vi è lo scrigno, la morte è un’allegria.
Per uno o per due giorni si mostra un po’ di duolo.
Ma è un mal che passa presto; però me ne consolo.
Conte. Voi siete, a quel ch’io vedo, donna di cuor sincero.
Sandrina. Sì certo, a dir son usa in ogn’incontro il vero.
Sandrina è il nome mio. Son povera fanciulla,
Cerco di maritarmi. Di dote non vi è nulla.
Ai miei benefattori raccomandarmi io soglio,
E tutti i nomi loro registrano in un foglio.
Eccolo qui, signore. Ecco i nomi segnati:
Il marchese del Bovolo per sedici ducati,
Il conte Parasole per dodici zecchim.
Per venti il conte Cavolo fra roba e fra quattrini.
La duchessa del Torchio trenta scudi romani.
Quattordici filippi il conte Mangiacani,
Il principe dell’Oca un letto ben fornito,
Il capitan Tempesta un abito guarnito.
Conte. Siete da me venuta, perch’io mi sottoscriva?
Sandrina. La somma al mio bisogno ancora non arriva;
E so che vossustrissima può rendermi contenta.
Conte. Segnate il conte Orazio.