Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/92

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Conte. Via, in grazia del notaro, andate; io vi perdono.

(come sopra)
Pasquina. Che siate benedetto. [al notaro
Sandrina. Obbligata vi sono.
Vo’ farvi un bel regalo innanzi di morire.
(al notaro, e parte)
Pasquina. Saprò l’obbligo mio. Basta, non fo per dire.
(al notaro, e parte)
Notaro. Poco più, poco meno, a spender non badate.
Conte. Fate quel che credete; ad operare andate.
(il notaro parte)

SCENA V.

Il Conte solo.

Ciascun la parte sua fa meco a maraviglia.

Chi roba, chi domanda, chi prega e chi consiglia.
Ma è ben sagrifìcato un poco di danaro,
Qualora al maggiore male dee porgersi riparo.
Cosa son questi fogli? è di mia man lo scritto.
(oeJe in terra i pezzi lacerati da donna Felicita, e li rac-)
coglie ed unisce.
Come! un obbligo in pezzi di mia man sottoscritto?
Sì, con donna Felicita il debito ho contratto,
E alla restituzione non ho ancor soddisfatto.
In casa mia tal foglio? e lacerato in brani?
Come a donna Felicita uscito è dalle mani?
Che sia fors’ella stessa venuta in casa mia.
Volendo la tardanza tacciar di villania?
Ma se del suo danaro vuol la restituzione.
Perchè, stracciando il foglio, perder ogni ragione?
Son più che mai confuso, non so capire il vero.
Serbisi questa carta, rileverò il mistero.
Vediam, quand’io non v’era, se sia venuto alcuno.
Chi è di là? Bigolino. Gente, non vi è nessuno?