Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/98

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


Voi a donna Felicita, più che allo zio soggetto,

Della vostra condotta miratene l’effetto.
Rosina. (Sente, signora madre?) (piano a Brigida)
Brigida. (Non dubitar, chi sa?)
S’ è erede di suo padre, qualche cosa averà).
(piano a Rosina)
Emilio. Il caso veramente è strano e inaspettato.
Si sa della mia sposa a che ascenda il legato? (al Conte)
Conte. Questo è quel che vi preme, più assai del mio destino.
(a don Emilio)
Riccardo. Amico, con licenza, (s’alza) Signori, a voi m’inchino.
Conte. Che? di già mi lasciate?
Riccardo. Sono altrove aspettato.
Mi dispiace davvero vedervi in tale stato;
Non posso trattenermi; ho le faccende mie.
Ci rivedremo in piazza. (Non vo’ malinconie).
(da sè, indi parte)

SCENA X.

Il Conte Orazio, donna Felicita, Contessine Livia, don Emilio, Rosina, Brigida e Bigolino.

Conte. (Ecco il primo scoperto). (da se)

Felicita. (Lo lascia il compagnone).
Bigolino. (Bisognerà ch’io pensi a ritrovar padrone).
Emilio. Vediam se vi è rimedio. Ancor, caro cognato.
Non vedo apertamente il caso disperato.
Esaminar dobbiamo, se vale il testamento;
Si potria coir erede trattar aggiustamento.
Non tengono talora gli occulti matrimoni.
Se siano difettosi di prove e testimoni.
Più di quel che pensate, il vostro ben mi preme.
Conte. Ecco, viene il notaro con due signore insieme.