Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVII.djvu/144

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134 ATTO SECONDO


parve sempre un cavaliere sincero. Proverò a meglio sperimentarlo). Ehi.

Isacco. Signore. (come sopra)

Bonfil. Va in traccia di milord Artur. Digli che ho necessità di parlargli. S’egli vuole venir da me, s’io deggio passar da lui, o dove vuole che ci troviamo.

Isacco. Sì, signore.

Bonfil. Portami la risposta.

Isacco. Sarete servito. (in atto di partire)

Bonfil. Fa presto.

Isacco. Subito. (s’incammina colla solita flemma)

Bonfil. Spicciati, cammina, sollecita il passo.

Isacco. Perdonate. (Il lacchè non l’ho fatto mai). (da sè, e parte)

SCENA II.

Milord Bonfil, poi madama Jevre.

Bonfil. La flemma di costui è insoffribile. Ma è fedele. Mi convien tollerarlo in grazia della fedeltà.1

Jevre. Signore...

Bonfil. Non vi ho chiamato.

Jevre. E non potrò venire senza esser chiamata?

Bonfil. No; non potete venire.

Jevre. Finora ci son venuta.

Bonfil. Da qui in avanti non ci verrete più.

Jevre. E perchè?

Bonfil. Il perchè lo sapete voi.

Jevre. Siete in collera per una bugia che vi ho detto?

Bonfil. Dite che ne ho scoperta una sola; ma sa il cielo quante ne avrete dette.

Jevre. In verità, signore, non ho detto che questa sola, e l’ho fatto per bene.

  1. Ed. cit.: La temerarietà dì questo sciocco Italiano e insoffribile. Ma è fedele, convien tollerarlo ecc.