Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/141

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Fabrizio. Non le dica niente, signore...

Filiberto. Eh lasciate operare a me. (parte)

SCENA 111.

Fabrizio, por" Zelinda.

Fabrizio. Mi pareva impossibile che questi amori non avessero da traspirare. Basta, se si sa, tanto meglio. Son contento che non si sappia per parte mia, che il padrone non s’ abbia a dolere di me... Ma ecco Zelinda, è necessario ch’io l’ av- vertisca.

Zelinda. Ricuperiamo la lettera... (vuol correre al lavolmo)

Fabrizio. Zelinda... (la tratuene)

Zelinda. Andate via. (affannata)

Fabrizio. Sappiate ch’or ora...

Zelinda. Andate via, che se ci vedono insieme... (spingendolo)

Fabrizio. Una parola, e vado ; sappiate...

Zelinda. Ma andate via, non mi fate più disperare, (come sopra)

Fabrizio. Vado, vado. (Glielo dirò un’altra volta), (da se, parte)

SCENA IV.

Zelinda sola.

(Corre al tavolino, e resta sorpresa, cedendo la biancheria scomposta) Come ! La biancheria non è più come l’ ho lasciata ! Le carni- scie... (alza la cestella) Oh cieli ! dov’ è la lettera ? Qualche- duno la presa. Ma chi? Lindoro non credo mai. Che sia caduta per terra ? Mi trema il core. (cerca per terra)

SCENA V.

Don Roberto e detta.

Roberto. Zelinda.

Zelinda. Signore. (cercando in terra senza voltarsi)

Roberto. La padrona è ritornata.