Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/142

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Zelinda. Lo so. (cerca sul tavolino)

Roberto. Avrà bisogno di voi.

Zelinda. Sì signore. (Dove mai può essere questa lettera ?) (da sè, cerca fra le camiscie)

Roberto. Ma chi volete che r aiuti a spogliare ?

Zelinda. Vado subito. (torna a cercar per terra)

Roberto. Che cosa cercate ? Che cos’avete perduto ?

Zelinda. Niente. (Povera me !) (5eg(/i7a a cercare)

Roberto. Ma voi cercate qualche cosa sicuramente.

Zelinda. (Che l’avesse presa Fabrizio ? Oh sì, senz’ altro, sarà) egli che l’ avrà presa. Voleva dirmelo, e non l’ ho lasciato parlare). (da se)

Roberto. Ma che diamine avete ? non mi rispondete ne meno ?

Zelinda. Scusate, signore, eccomi qui. La padrona è venuta ? vado a servirla immediatamente. (in atto di partire)

Roberto. Si può sapere che cosa avete perduto ?

Zelinda. Niente, signore, una cosa da niente.

Roberto. E per una cosa da niente v’affannate così ?

Zelinda. Eh signore, un animo agitato come il mio, si altera, s’ in- quieta per ogni picciola cosa. Son fuor di me, non so quel che mi faccia ; se il cielo non m’ aiuta, io sono all’ultima di- sperazione, (parte)

SCENA VI.

T>on Roberto solo.

Povera giovane ! La compatisco. S’ ella è innocente, come sicura- mente lo credo, è cosa dura sentirsi trattar male senza ragione.

SCENA VII.

Lindoro e defto.

Lindoro. (Eccolo qui per l’ appunto), (da sè, vedendo don Roberto) Servitor umilissimo, mio signore. (seriosamente)