Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/152

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Eleonora. Ha veduto una lettera...

Lindoro. Ah ! questa lettera la conosco. Don Filiberto parla per bocca mia. (placidamente)

Fabrizio. Sì signora, ei non sa che la lettera è mia, ch’ io l’ho scritta, che la giovane in questione è la figlia d’uno speziale, ch’ io sono il reo, ch’ io sono 1 innamorato...

Eleonora. Che andate ora inventando che la lettera è vostra ? che siete voi il galante di cui si tratta ? siete un mentitore, un bugiardo. Poichè voi stesso avete accordato a don Fili- berto, che don Flaminio fa l’amor con Zelinda, e non è sulla lettera ch’ ei si fonda, ma sul fondamento delle vostre parole.

Lindoro. Ah son tradito senz’ altro. (a Fabrizio)

Zelinda. (Misera me ! non so in che mondo mi sia). (da sè)

Roberto. Sarebbe dunque possibile ?... (a Fabrizio)

Fabrizio. Signore, sono un galantuomo, incapace di mentire e di commettere delle bricconate. Quello di don Filiberto è un equivoco, e so da dove proviene. Lo troverò, gli parlerò, gli farò toccar con mano la verità. Conoscerete la mia innocenza, e quella di questa povera sfortunata. (parte)

SCENA XI.

T>on Roberto, donna Eleonora, Zelinda, Lindoro.

Eleonora. Non credete a quell’impostore. (a don Roberto)

Lindoro. No, non si può credere a quel ribaldo, (a don Roberto)

Zelinda. Sospetterete dunque di me ? (a don Roberto)

Roberto. Non so che dire. Sono incerto... sono confuso... Per dirvi la verità... prmcipio a dubitare anch io. (a Zelinda)

Zelinda. Povera me ! a qual miserabile condizione son io ridotta ? Sospettare di me ? dubitar della mia innocenza ? E chi ? Il mio padrone, il mio sposo. Della padrona non parlo : so che non mi ama, e che non perde l’occasion di mortificarmi. Ma il mio buon padrone, ma il mio caro marito ! E possibile ch’ io mi sia meritata una si poca fede, un così indegno con-