Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/167

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LA GELOSIA DI LINDORO 161

Lindoro. Oh sì. Domani sarò qui di ritorno.

Zelinda. Domani? E perchè no questa sera?

Lindoro. (Finta! menzognera!) Vedete bene: l’ora è tarda. Non si può andare e tornare.

Zelinda. È vero. L’aria della notte vi potrebbe far del male.

Lindoro. (Che finissima carità).

Zelinda. Ma come andate?

Lindoro. In sedia.

Zelinda. Voglio dire: non vi mettete1 niente per ripararvi dall’aria?

Lindoro. Faccio conto di andar così come sono. Datemi il mio cappello.

Zelinda. Mettetevi il gabbano.

Lindoro. No, no, non è freddo.

Zelinda. Aspettate. Voglio che vi mettiate il gabbano. (va all’armadio e tira fuori un gabbano)

Lindoro. (Chi mai crederebbe ch’ella sapesse fingere a questo segno).

Zelinda. Eccolo qui, credetemi, starete meglio. (viene col gabbano)

Lindoro. Sì, sì, come volete. Datelo qui.

Zelinda. Lasciate che ve lo metta in dosso.

Lindoro. Me lo metterò io.

Zelinda. No, no, voglio far io. Infilate il braccio.

Lindoro. Me lo metterò sulle spalle.

Zelinda. No, caro marito, voi avete un abito buono, e la polvere lo rovinerà.

Lindoro. (M’insegna a fingere a mio dispetto). (lascia fare)

Zelinda. Ah se potessi sperare un poco di consolazione! (mettendo il gabbano)

Lindoro. La consolazione l’avrete fra poco. (con ironia)

Zelinda. Il cielo lo voglia. (termina di vestirlo)

Lindoro. (Il cielo permetterà che la menzogna si scopra). (da se) Il cappello.

Zelinda. Il buono non ve lo do.

Lindoro. Datemi quel che volete.

  1. Ed. Zatta: Voglio dire. Non vi mettete ecc.