Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/225

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Eleonora. Ancora?

Notaro. Io leggo quello ch’ è scritto.

Fabrizio. (Sentiamo, sentiamo), (piano a Zelinda e Lindoro, con allegria)

Notaro. Item lascio ai medesimi un capitale di dieci mila scudi a loro libera disposizione. (Zelinda e Lindoro si consolano)

Eleonora. (Questo è troppo. Scommetto che per me non avrebbe) fatto altrettanto). (al T’rocuratore e a don Filiberto, fremendo)

Flaminio. (Son contentissimo. Mio padre ha loro reso giustizia). (piano all’Avvocato)

Fabrizio. (Mi consolo con voi, ma di cuore), (a Zelinda e Lindoro)

Zelinda. (Povero padrone! darei tutto, purch’ei vivesse), (piangendo)

Lindoro. (Avete ragione ; l’ amor suo valeva un tesoro), (a Zelinda)

Eleonora. Che avete che piangete, Zelinda ? Vi pare poco ? (ironicamente)

Zelinda. Signora, la mia riconoscenza.

Notaro. Permettetemi di terminare.

Flaminio. Ha ragione.

Eleonora. Sentiamo.

Notaro. Item lascio a Fabrizio, mio mastro di casa, dieci scudi il mese fino ch’ et vive, e trecento subito per una sola volta. (Fabrizio si consola)

Lindoro. Mi consolo. (a Fabrizio)

Zelinda. Me ne rallegro. (a Fabrizio)

Fabrizio. Son contentissimo. (a Zelinda e Lindoro)

Notaro. Item lascio ed ordino all’ infrascritto mio erede di pagar in contanti alla Signora Donna Eleonora, mia carissima con- sorte, la somma che apparisce dalla mia confessione di dote aver da lei ricevuta, e ciò senza contradizione veruna.

Eleonora. E qual contradizione ci potrebb’ essere ?

Notaro. Scusatemi, signora....

Eleonora. Finite, finite di leggere. (Vediamo se si è sovvenuto) della donazione reciproca. Questa è quella che mi sta sul cuore). (da sè)

Notaro. Item lascio all’infrascritto mio erede di continuar a passare alla suddetta mia signora consorte il solito trattamento