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222 ATTO PRIMO

Filiberto. Signora, se mai vi mettesse in pena l’impegno ch’avete meco contratto, sappiate ch’io vi stimo e v’amo, ma sono un galantuomo, e non intendo di pregiudicare i vostri interessi.

Eleonora. Sì, sì, ho capito. Temete ch’io non sia tanto ricca, quanto avevate supposto. Ecco il motivo della vostra virtuosa rassegnazione. Ma giuro al cielo si farà una lite, e mi daranno quello che m’appartiene, e sarò padrona di me, e voi mi manterrete la parola, o per amore, o per forza. (parte)

Filiberto. (È amabile veramente la sposa che mi son scelto. Ma vi vuol pazienza. Io l’amo, e sono dieci anni ch’io la conosco, e sono dieci anni ch’io soffro). (da sè, parTe)

SCENA X.
Don Flaminio e l’Avvocato.

Flaminio. Che dite, amico, in quali imbarazzi1 mi trovo?

Avvocato. Non temete di niente. Questa reciproca donazione mi pare che sia una fantasma senz’alcun fondamento. Il signor don Roberto era un uomo di garbo, sapeva benissimo che non poteva donare in pregiudizio di suo figliuolo. Può essere che in qualche momento di tenerezza l’abbia lusingata, ma la donazione non c’è, e i testimoni non servono.

Flaminio. Per questa parte pare anche a me di poter viver tranquillo, e per dirvi la verità, non ci penso. Quello che mi dà più da pensare, si è la condizione con cui mio padre mi vuole erede.

Avvocato. Lo credo benissimo, dopo quello che mi avete confidato del vostro amore per la signora Barbara. Vi compatisco, e farò il possibile per assistervi. Ma per dirvi la verità, il testamento parla assai chiaro.

Flaminio. La giovine è d’una nascita che non disonora la nostra.

Avvocato. Tutto va bene, ma ella ha cantato in pubblico sul teatro, e il testamento l’esclude, e il padre è padrone di lasciar il suo libero a chi vuole, e colle condizioni che più gli piacciono..

  1. Ed. Zatta: qual’imbarazzi