Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/242

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Fabrizio. (Sì ritira un poco dalla sedia.)

Zelinda. Andate, andate; un’altra volta finiremo il nostro ra- gionamento, (forte, acciò Lindoro senta, e s’ ingelosisca)

Lindoro. No, no, terminate pure. Non abbiate soggezione di me. (fingendo indifferenza e giovialità)

Fabrizio. Oh ! Non v’ è niente che prema. Non sospettate che vi sieno delli segreti. (ridendo)

Lindoro. Io sospettare ? Di che ? non sospetto niente. (V è qualche) cosa che non vogliono che da me si sappia). (da se, e passa fra il tauolino e Fabrizio)

Fabrizio. Si parlava de’ nostri legati. (con bocca ridente)

Lindoro. Ne son persuaso. (si volta verso Zelinda)

Zelinda. (Aspetta il momento che Lindoro la guardi, e prende la carta) ch’ è sul tavolino, e se la mette in tasca mostrando di non voler esser veduta, ma lo fa apposta perchè Lindoro la veda.

Lindoro. Cara Zelinda, mi pare che siate afflitta... (affettando il) discorso) Avete messo via una carta, mi pare... Non vorrei che vi fosse qualche novità cattiva per noi. (sforzandosi di nascondere la curiosità)

Zelinda. Non v’è niente di nuovo. (lavorando)

Lindoro. Ma quella carta... Non crediate ch’io sia curioso, ma ho paura che qualche cosa vi dia della pena. (affettando come sopra)

Zelinda. Vi preme di veder questa carta ? (la tira Juori e parla con un poco di forza)

Lindoro. No, non la voglio vedere. Mi basta solamente sapere da voi...

Zelinda. E bene, se non la volete veder, tanto meglio. (la rimette in saccoccia)

Fabrizio. (Mi dispiace che lo mette in sospetto). (da sè)

Lindoro. Ma non si potrebbe sapere... (a Zelinda)

Zelinda. No, no, è inutile che lo sappiate. Parliamo d’ altro.

Lindoro. Fabrizio. (accostandosi a lui)

Fabrizio. Comandate. (con bocca ridente)

Lindoro. Voi saprete che cosa è quella carta ?