Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/245

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Fabrizio. Lindoro mio...

Lindoro. Ah Fabrizio, non mi tradite per carità.

Fabrizio. Non son capace di farlo, e ho superato ogn’ altra delicatezza per sincerarvi della pura e semplice verità. Dica Zelinda quel che sa dire, quest’ è l’ unico soggetto della sua tristezza. Ella teme, anzi ella crede assai fermamente che voi non r amate più.

Lindoro. Ma come mai può ella credere, o dubitare tal cosa ?

Fabrizio. Questo è quello che non ho potuto ancor penetrare ; voleva dirmelo quando siete arrivato.

Lindoro. Ah sì, non può essere che questo, e quasi quasi ha ragione. L ho tormentata colla gelosia, ho promesso di non esser più geloso, mi sforzo di non parerlo, ma è impossibile ch’ ella non lo conosca. Non le darò più alcun’ ombra di sospetto. Lo prometto, lo giuro, e lo manterrò. Sì, Zelinda sarà contenta, a costo di morire, e lo manterrò.

Fabrizio. Bravissimo, farete bene, Zelinda lo merita, e dovete far il possibile per renderla tranquilla. Volete voi la copia del testamento ?

Lindoro. No, custoditela voi.

Fabrizio. La riporrò colla mia. Addio, amico, prego il cielo che vi consoli. (parte)

Lindoro. Ma che cosa è mai questa misera umanità ? Ecco qui, in mezzo ai beni, alle fortune, alle contentezze, un’ombra, un sospetto, una cosa da nulla guasta lo spirito, e conturba il cuore. Segno manifesto che in questo mondo non vi può essere felicità.

SCENA V.

Don Flaminio e detto.

Flaminio. Amico, vorrei pregarvi d’una finezza.

Lindoro. Signore, vi prego di non trattarmi con questi termini. La mia fortuna non mi rende orgoglioso. La riconosco da voi, dalla vostra casa, e vi prego di continuare a comandarmi con libertà.