Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/270

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
264 ATTO TERZO

Fabrizio. Ma è restata alfin persuasa?

Lindoro. Sì, persuasissima, contentissima.

Fabrizio. Ne ho piacere, da galantuomo.

Tognina. La padrona vuol ricever qui l’avvocato in questa camera. Andiamo di là nel salotto.

Lindoro. Ma io bisogna che vada via.

Tognina. Che premura avete? Andiamo, andiamo, v’ho da parlare. Andiamo. (Prende per una mano Fabrizio, e per l’altra Lindoro, e tutti tre partono.)

SCENA IV.
Barbara e l’Avvocato.

Barbara. Favorite qui, che staremo meglio.

Avvocato. Con una sì amabile compagnia, si sta bene per tutto.

Barbara. Signore, come io vi diceva, sono informata del testamento; Lindoro m’ha detto tutto. So l’amore che ha per me don Flaminio, ma non permetterò mai che si pregiudichi per causa mia.

Avvocato. Bravissima, così va detto, e così va fatto. Poichè vedete bene, s’ei vi sposasse, perderebbe i tre quarti della sua eredità.

Barbara. Ma mi hanno detto che il signor avvocato avea immaginato un progetto... (un poco mortificata)

Avvocato. E se il progetto non riesce?

Barbara. Converrà rassegnarsi.

Avvocato. E continuar a trattare il signor don Flaminio come buon amico, se non si può trattare come marito.

Barbara. Oh questo poi no. Vi giuro sull’onor mio, che se non è in caso d’essere mio marito, in casa mia non ci verrà più.

Avvocato. Capisco. Voi l’amate, e non l’amate... così, e così.

Barbara. Non l’amo? Mi maraviglio, signore, s’io non l’amassi, non desidererei di sposarlo.

Avvocato. Oh, oh, mi fate rider davvero, questi sono di que’ matrimoni, ne’ quali, per ordinario, l’amore non ci ha gran parte.