Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/278

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Tognina. Andateci, farete bene. In qualche maniera ci siete anche voi interessato.

Fabrizio. E verissimo, dite bene. La mia Tognina poi, la mia Tognina, è una donnetta di garbo. (parte)

Tognina. Questi uomini s’ incantano, si perdono per una cosa da niente. Eh per Bacco ! se fossi un uomo io, vorrei far far la fortuna a mio modo. (parte)

SCENA XII.

Camera dell’Avvocato, con tavolino, sedie, libri e scritture. Un servitore del-

l’Avvocato, poi don Flaminio.

// Servitore accomoda le sedie e ripulisce il tavolino.

Flaminio. Quel giovane, è in casa il signor avvocato?

Servitore. Non signore, ma può star poco a venire.

Flaminio. L’ aspetterò.

Servitore. S’ accomodi. (parte)

Flaminio. (Prende un libro, siede e legge.)

SCENA XIII.

Pandolfo ed il suddetto.

Pandolfo. (Entra, vede don Flaminio, lo saluta grossamente, e siede da) lui lontano, senza parlare.

Flaminio. (Costui è forse l’unico che può far ostacolo al nostro) accomodamento. Vuò tentar di metter in pratica l’istruzione datami dall’ avvocato). (da sè e legge)

Pandolfo. (Un testamento di questa sorte ! Un’eredità sì pingue !) Tanti legati ! tanti legatari ! tante condizioni ! tanti capi di lite ! e si trova un avvocato sì sciocco che si mette in capo di voler far un aggiustamento !) (da sè)

Flaminio. Signor Pandolfo. (s’alza)

Pandolfo. Padron mio. (grossamente, stando a sedere)

Flaminio. So che vossignoria è un galantuomo. (accostandosi)