Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/278

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272 ATTO TERZO

Tognina. Andateci, farete bene. In qualche maniera ci siete anche voi interessato.

Fabrizio. È verissimo, dite bene. La mia Tognina poi, la mia Tognina, è una donnetta di garbo. (parte)

Tognina. Questi uomini s’incantano, si perdono per una cosa da niente. Eh per Bacco! se fossi un uomo io, vorrei far far la fortuna a mio modo. (parte)

SCENA XII.

Camera dell’Avvocato, con tavolino, sedie, libri e scritture. Un servitore dell’Avvocato, poi don Flaminio.

Il Servitore accomoda le sedie e ripulisce il tavolino.

Flaminio. Quel giovane, è in casa il signor avvocato?

Servitore. Non signore, ma può star poco a venire.

Flaminio. L’aspetterò.

Servitore. S’accomodi. (parte)

Flaminio. (Prende un libro, siede e legge.)

SCENA XIII.
Pandolfo ed il suddetto.

Pandolfo. (Entra, vede don Flaminio, lo saluta grossamente, e siede da lui lontano, senza parlare.)

Flaminio. (Costui è forse l’unico che può far ostacolo al nostro accomodamento. Vuò tentar di metter in pratica l’istruzione datami dall’avvocato). (da sè e legge)

Pandolfo. (Un testamento di questa sorte! Un’eredità sì pingue! Tanti legati! tanti legatari! tante condizioni! tanti capi di lite! e si trova un avvocato sì sciocco che si mette in capo di voler far un aggiustamento!) (da sè)

Flaminio. Signor Pandolfo. (s’alza)

Pandolfo. Padron mio. (grossamente, stando a sedere)

Flaminio. So che vossignoria è un galantuomo. (accostandosi)