Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/290

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Zelinda. Ah! perchè non mi amate più. (dolcemente)

Lindoro. Sì, Zelinda, lo confesso, lo accordo, vi compatisco ; avete ragione d’abbandonarmi, non merito l’amor vostro ; ma il vostro sdegno, il vostro odio, la vostra risoluzione...

Zelinda. Povera me ! Confessate dunque voi stesso...

Lindoro. Sì, v’ ho tormentata colla gelosia, e v’ ho promesso di non esser più geloso ; ma oh Dio ! ho fatto sforzi terribili per nascondere la mia passione, e non m’ è possibile di superarla. Voi ve ne siete accorta, voi conoscete la mia debolezza, ve ne offendete a ragione, e con ragione mi sfuggite, m’ odiate, m’ abbandonate. Sì, odiatemi che lo merito, abbandonatemi che mi sta bene. Sono stato geloso, sono di voi geloso, e lo sarò flnch’ io viva.

Zelinda. (Ascolta tutto questo discorso attenta, incantata) Siete geloso ? siete ancora geloso ? (con trasporto)

Lindoro. Sì, ammazzatemi. Sarò sempre geloso.

Zelinda. Ah il mio caro marito. Ora riconosco il mio caro marito. Mio marito mi ama. Mio marito è geloso di me. Ero dispe- rata, perchè non vi credeva geloso. (con trasporto di giubilo 0)

Lindoro. Chi ? Io ? Ero geloso come una bestia. (con forza)

Zelinda. Respiro, son contenta, son felice, son fortunata, (con) allegrezza) Ma non voglio che pratichiate Tognina.

Lindoro. Perchè ?

Zelinda. Perchè sono gelosa anch’ io.

Lindoro. Siete gelosa ? Oh cara la mia cara moglie ! Che piacere !

Zelinda. Che giubilo !

Lindoro. Che contenti! (s’abbracciano)

SCENA XXI.

// Servitore, un facchino e detti.

Servitore. Ecco qui il facchino per portar il baule.

Zelinda. Eh andate via. (1) Ed. Zatta: giubbilo.