Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/308

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nale (27 settembre 1828) stralciamo alcuni periodi sul grandissimo artista italiano, da un articolo di Tommaso Locatelli: "Con sì scarso numero di buoni attori ognun vede che la compagnia Modena non può far bene il suo fatto... Duolci veramente che al giovane Modena non s’apra un arringo degno di lui. Tolto dall’amore dell’arte al più modesto cammin delle leggi, egli recò su quelle un ingegno ben istituito ed una compiuta coltura... Lontano egualmente da ogni scuola, come da ogni personale imitazione, ei felicemente ribellossi a quelle malaugurate cantilene, ai predicamenti, a que’ subitanei passaggi da’ tuoni più gravi a’ più acuti, a cui certi comici hanno posto un così grand’amore. La sua scuola è la natura... Il giovine Modena non solo coglie in tutte le sue parti il criterio dell’autore, ma ne sviscera, per così esprimermi, e ne colora le immagini, con la espressione ed i cenni... Nè di lui sapremmo dire se le sue felici disposizioni lo portassero più al genere tragico che al comico; certo nelle Gelosie di Lindoro e nelle Inquietudini di Zelinda noi lo abbiamo veduto rendere i Lindoro con una verità ed una naturalezza senza pari. La sua maniera di porgere nella commedia è quale s’addice ai nobili ragionamenti della buona società, senz’enfasi, senz’alzamento di voce, e costringendo gli spettatori al silenzio, unico segnale ormai non equivoco dell’approvazione del pubblico... Il Brenei, unico attore della Compagnia dopo i due Modena, vale molto più nella buona commedia che nella tragedia. Noi lo vedemmo fra l’altre nella seconda delle due commedie del Goldoni più sopra citate, ed ei rappresentò a meraviglia il personaggio dell’onesto avvocato".

Ogni opera teatrale porta fatalmente con sè qualche segno caduco dei tempi. La presente commedia consta di due temi separati, quasi di due parti: la lettura del testamento di don Roberto e la gelosia di Zelinda e Lindoro. Ora alla prima parte non rimane più forza vitale sul teatro moderno. La satira di don Flaminio e di donna Eleonora, il figlio e la vedova del defunto, oppure quella del procuratore Pandolfo, il litigante, più antica delle Vespe d’Aristofane, potevano a malapena allettare l’attenzione del pubblico sulla metà del Settecento: qui anche un lettore cerca invano e desidera la grande arte di Molière. Ci passano davanti altri ricordi del teatro goldoniano: il testamento dell’Erede fortunato (vol III) che il notaio corregge col consenso delle parti, per favorire il matrimonio di Rosaura con Ottavio; l’odioso dottor Buonatesta nel Cavaliere e la dama (vol. III) e il dottor Balanzoni nei Puntigli domestici (voi. VIII); infine l’intemerato Casabuoni, il vero Avvocato veneziano (vol. III), e il buon Isidoro, il coadiutore delle Baruffe chiozzotte (vol. XX), in altre parole l’avvocatino Carlo Goldoni, amante dell’onesto, del giusto e delle belle donne. Ed è questa infatti, tra i personaggi minori della commedia che si aggirano intorno al tema del testamento, la figura più originale e quella che pare riuscisse meglio sulla scena. Pandolfo è una felice macchietta che stanca presto (v. anche Momigliano, La comicità e l’ilarità del Goldoni, in Giorn. stor. della lett. it., 1° semestre 1913, p. 218).

Ma nel descrivere le nuove gelosie dei due giovani sposi, di Zelinda e Lindoro, l’autore spiega ancora la potenza inesauribile della sua fantasia e dell’arte comica. Come mai, dopo la Gelosia di Lindoro, il Goldoni abbia potuto creare un’altra commedia nel piccolo "mondo" dei due giovani innamorati, nessuno dei vecchi biografi e critici goldoniani sembra essersi domandato. Il