Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/319

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Placida. Orsù, io sono una donna sincera, e non voglio aver da rimproverarmi d’aver taciuto (’\ Mi fa specie il cambiamento) ch’ io vedo in voi di condotta, di genio, di inclinazione, e di temperamento. Una volta voi eravate allegro, gioviale, vi pia- ceva la compagnia, ed ora dico fra me stessa, è impossibile che Gottardo si sia cangiato tutto ad un tratto.

Gottardo. Sapete chi mi ha fatto cangiare ?

Placida. Chi ?

Gottardo. Voi.

Placida. Io?

Gottardo. Sì, voi. Ora ho preso moglie, vi voglio bene, non penso che a voi, non mi curo d’altri divertimenti, ed ecco la ragione del mio cangiamento.

Placida. Se la cosa fosse così, come dite...

Gottardo. Ella è così, ve lo giuro.

Placida. Eh caro Gottardo, una volta vi piaceva la compagnia delle gonnelle, e non vorrei che oggi fìngeste meco di essere diventato un altro uomo, e poi andaste fuori di casa a diver- tirvi colle vostre sguaiatelle passate.

Gottardo. E possibile, che possiate pensare ad una simile bestialità ?

Placida. Qual premura avete d’andar oggi dal signor compare ?

Gottardo. Perchè gli ho dato parola.

Placida. E perchè dargli parola ?

Gottardo. Perchè... mi ha tanto pregato.

Placida. Vi ha pregato ! badate bene, che se me n’accorgo, se me n’ accorgo, povero voi. Gottardo, in verità. Placida, voi mi fate torto.

Placida. Orsù, non parliamo altro. Voi andate da vostro com- pare, ed io anderò da mia madre.

Gottardo. Benissimo. Aspettatemi lì, che verrò a prendervi avanti sera.

Placida. Non vi è bisogno che venghiate a prendermi. Non so venire a casa da me ? (I) Ed. Zatla: lacciulo.