Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/328

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Gottardo. Sì, una picciola porta, che riferisce sulla stradella.

Agapito. Andiamo per di là dunque, che abbrevierò il cam- mino, (fa vedere che spererebbe d’aver la sua chiave)

Gottardo. No, perchè si passa per la cantina.

Agapito. Cosa importa ? Mi par di sentir qualcheduno.

Gottardo. Sarà mio compare. Caro amico, scusatemi, sono aspettato. (si volta per vedere ; irìtanlo Agapito lenta di prender la chiave,) ma Gottardo ritorna a lui, e non gli dà il tempo.

Agapito. Non possiamo andare insieme ?

Gottardo. Perdonatemi. Questa è la porta di casa, (nccennando) la porta che si vede) Mio compare non vuol vedere nessuno.

Agapito. Sarà selvatico come voi.

Gottardo. Sì, è vero. (quasi spingendolo)

Agapito. Avete una maniera veramente gentile ! (ironico)

Gottardo. Compatitemi. (come sopra)

Agapito. (Non importa. Tornerò a prendere la mia chiave), (da se) Signor Gottardo, servitor suo.

Gottardo. La riverisco.

Agapito. (Va, che se posso, ti voglio ben corbellare), (da sè, parte)

SCENA VI.

Gottardo solo.

Se n’ è andato una volta. Questi è uno, che non fa mai bollire la pentola a casa sua, e vuol fare il generoso in casa degli altri. Non credo niente che il signor Pandolfo volesse venir da me, e se anche ciò fosse vero, quando sono impegnato fuori di casa, la scusa è legittima. Per il signor Pandolfo pazienza, un giorno lo pregherò, se mi vorrà far questo onore ; ma questo scrocco di Agapito non ce lo voglio. Si era qui avviticchiato, e non voleva andarsene. Non ho mal pensato a fìngere di essere chiamato da mio compare, per obbligarlo a partire; e non voleva andarsene. Ora ch’egli è partito, partirò anch io per la medesima porta, ed è meglio ch’io vada subito,