Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/342

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facendoci sperare ad ogni momento che Gottardo e Placida sarebbero venuti a casa ; eccoci di già al desere, il pranzo è finito, e non si vedono ancora a venire. Io non so cosa sia; vi dico la verità, io sono inquietissimo.

Agapito. Ma caro signor Pandolfo, non so che dire, questa non è colpa mia. Vi tornerò a dire quel che vi ho detto. Avanti di metterci a tavola, sono andato a trovare per la seconda volta Gottardo e Placida, che sono, come vi ho detto, in casa del signor Bernardo loro compare. Sono dietro a stabilire il contratto di una partita di lino, sono dietro a concludere una società di un’ impresa non so di che. Mi hanno incaricato di pregare la compagnia di mettersi a tavola, mi hanno assicurato che a momenti sarebbero venuti. Se non l’ hanno fatto, non è colpa mia ; sarà colpa dei loro interessi, dei loro affari.

Pandolfo. Ma io non voglio assolutamente andar via senza ve- derli, senza ringraziarli. Fatemi il piacere di mandai qual- cheduno...

Agapito. Oh ecco il caffè. Entrate, venite avanti. (alla scena)

SCENA II.

Garzone del caffè con cinque tazze e cogoma. Tutti si alzano per becere il caffè di qua dalla tavola. Chi vuole, può prendere una sedia, e sedere. Il Garzone dà a tutti la sua chicchera; versa il caffi, prendono lo zucchero. Tutti bevono il caffè.


Pandolfo. (Becendo il caffè) Ma io vi tomo a dire, signor Aga- pito, che sono inquietissimo per conto di Gottardo e di Pla- cida. Se non volete mandar nessuno, ci anderò io. Mi avete detto che sono...

Agapito. Aspetti un momento, che finisca di prendere il mio caffè, e anderò io un’altra volta a vedere cos’è di loro, e su- bito sarò qui di ritorno colla risposta. (bevendo)

Roberto. (Questo è il giorno che decide della mia vera felicità). (piano a Costanza)