Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/351

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LA BURLA RETROCESSA 345

Gottardo. E per questo voglio che andiate voi a far le mie scuse.

Placida. E che scusa volete voi che io le porti? Quella di esser andato a pranzo da vostro compare? Se fosse vero che ci foste stato, la scusa sarebbe magra, poichè vi potevate disimpegnar facilmente; ma il punto è, che non siete stato da vostro compare, e ne sono certa.

Gottardo. Come potete voi dire che non sono stato da mio compare?

Placida. Lo dico con fondamento, perchè ho mandato a vedere e non vi ci hanno trovato.

Gottardo. A che ora avete mandato?

Placida. A diciassette ore suonate.

Gottardo. Se aveste mandato a diciotto, mi avrebbero trovato e mi avrebbero veduto a tavola con mio compare.

Placida. Non è vero niente. Ho sempre sospettato che voleste darmi ad intendere una cosa per l’altra, ma ora che sento che avete ricusato di ricevere il signor Pandolfo e la signora Costanza, mi assicuro che non siete stato dal compare, perchè da lui vi sareste sottratto come richiedeva l’obbligo vostro verso il signor Pandolfo, e dico e sostengo che un altro impegno vi avrà strascinato, e che qualche partita di piacere vi avrà fatto commettere la mal’azione.

Gottardo. Io impegnato in partite di piacere?

Placida. Sì, voi. Povero innocentino! che non eravate solito, prima che foste maritato, di frequentare gli amici? E le amiche, e le amiche, e sarà stata una partita d’amiche. Non può essere altrimenti. Ne sono certa.

Gottardo. Ne siete certa?

Placida. Certissima.

Gottardo. Ed io son certo d’un’altra cosa.

Placida. E di che in grazia?

Gottardo. Che voi non sapete quel che vi dite.

Placida. Basta. Non ho ancora in mano quel che mi vuole per assicurarmene. Ma lo saprò, lo saprò senza fallo, e se me n’accorgo, se vi trovo sul fatto, povero voi!

Gottardo. Povero me?