Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/351

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Gottardo. E per questo voglio che andiate voi a far le mie scuse.

Placida. E che scusa volete voi che io le porti ? Quella di esser andato a pranzo da vostro compare ? Se fosse vero che ci foste stato, la scusa sarebbe magra, poichè vi potevate disim- pegnar facilmente ; ma il punto è, che non siete stato da vo- stro compare, e ne sono certa.

Gottardo. Come potete voi dire che non sono stato da mio compare?

Placida. Lo dico con fondamento, perchè ho mandato a vedere e non vi ci hanno trovato.

Gottardo. A che ora avete mandato ?

Placida. A diciassette ore suonate.

Gottardo. Se aveste mandato a diciotto, mi avrebbero trovato e mi avrebbero veduto a tavola con mio compare.

Placida. Non è vero niente. Ho sempre sospettato che voleste darmi ad intendere una cosa per l’altra, ma ora che sento che avete ricusato di ricevere il signor Pandolfo e la signora Co- stanza, mi assicuro che non siete stato dal compare, perchè da lui vi sareste sottratto come richiedeva l’obbligo vostro verso il signor Pandolfo, e dico e sostengo che un altro impegno vi avrà strascinato, e che qualche partita di piacere vi avrà fatto commettere la mal’ azione. Gottardo, lo impegnato in partite di piacere ?

Placida. Sì, voi. Povero innocentino ! che non eravate solito, prima che foste maritato, di frequentare gli amici ? E le ami- che, e le amiche, e sarà stata una partita d’amiche. Non può essere altrimenti. Ne sono certa.

Gottardo. Ne siete certa ?

Placida. Certissima.

Gottardo. Ed io son certo d’un’altra cosa.

Placida. E di che in grazia ?

Gottardo. Che voi non sapete quel che vi dite.

Placida. Basta. Non ho ancora in mano quel che mi vuole per assicurarmene. Ma lo saprò, lo saprò senza fallo, e se me n’ accorgo, se vi trovo sul fatto, povero voi !

Gottardo. Povero me ?