Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/353

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LA BURLA RETROCESSA 347

Placida. Un pranzo a casa!

Gottardo. Tacete una volta. Lasciate parlare a me. (a Placida) Signore, io credo che prendiate sbaglio. (all’Oste)

Oste. Scusi; io non isbaglio altrimenti. Io son l’oste della Fortuna; io sono quello che le ha mandato qui in questa casa un desinare per cinque persone, a sei paoli a testa.

Gottardo. A me?

Oste. A lei. Non è ella il signor Gottardo?

Placida. Oh ecco avverato il mio sospetto. Mi ha mandato via di casa, non ha voluto il signor Pandolfo, per dar da mangiare a della canaglia.

Gottardo. Ma voi mi volete far perdere la pazienza. (a Placida) E chi è che vi ha ordinato questo pranzo? Dite, parlate: sono stato io che ve l’ha ordinato? (all’Oste)

Oste. Se ella non me l’ha ordinato, ho servito in questa casa, e me l’hanno comandato a di lei nome.

Gottardo. E chi è che vi ha comandato?

Oste. Il signor suo fratello.

Gottardo. Oh amico, voi sbagliate, o sognate, o siete fuori di cervello. Io non ho fratelli, io non ne so niente, e vi consiglio a lasciarmi stare.

Oste. Signore, la non parli così1, perchè ho il modo di convincerla, e di farmi render ragione.

Placida. Sì, sì, vi farà ragione da se; non dubitate. Dice così, perchè sono qui io, perchè ha soggezione di me. Ha fatto passar qualcheduno per suo fratello, per coprire la bricconata. Sa il cielo, chi è stato a mangiare in casa mia. Ditemi, galantuomo, sapete voi che vi fossero donne?

Oste. Questi non sono i miei affari. So che ho dato un pranzo per cinque persone a sei paoli a testa.

Gottardo. Ma chi erano costoro? Li conoscete?

Oste. Io non so niente. Mi hanno detto i garzoni che vi erano quattro uomini e una donna, e non so altro.

  1. Così l’ed. Zatta; in altre edizioni posteriori: non la parli così.