Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/354

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Placida. Una donna ! Vi era anche una donna ? Ah traditore ! ah ingrato ! ah perfido ! (a Qotlardo)

Gottardo. Tacete, Placida, che or ora mi fate fare qualche be- stialità. Signor oste, io sono un galantuomo, incapace di far stare nessuno, e vi dico eh io non ne so niente, e non ne so niente. (scaldandosi)

Oste. Orsù, signore, su quest’ articolo parleremo poi ; intanto fa- vorisca almeno di darmi la mia biancheria, i miei piatti, e le mie posate d’argento.

Gottardo. Io ?

Oste. Sì, ella che se n’ è servito.

Gottardo. Mi fareste venir la rabbia davvero.

Oste. Come! vorrebbe ella negarmi ancora le mie posate d’ argento?

Gottardo. Vi dico che sono un uomo d’ onore, e non ne so niente.

Oste. Ed io le dico che sono stato avvisato che la mia roba è qui, e che hanno tutto riposto in un armadio, e ci scom- metterei che è quello che lì.

Gottardo. Non è vero niente.

Placida. Vediamo, vediamo, presto vediamo, (corre all’ armadio, lo) apre e si vede tutto) Ah ah, signor manto !

Gottardo. (Io resto di sasso). (da sè, mortificato)

Placida. Ecco qui, posate, biancheria, piatti, boccie, bicchieri ; negatelo ora, se vi dà l’animo. (a Gottardo)

Gottardo. Lasciatemi stare. (Non so in che mondo mi sia), (da sè)

Oste. Si contenta ch’ io prenda la roba mia ? (a Gottardo)

Gottardo. Prendete quel che diavolo volete.

Oste. Ehi, giovani, venite avanti. (alla porta)

SCENA III.

Garzoni dell’ Oste e Jetli.

Garzoni. (Entrano.)

Oste. Prendete quella roba e portatela a casa, ma prima incon- triamola. (L’Oste e i Garzoni vanno all’ armadio, incontrano tutta la roba,) e la vanno disponendo per portarla via.