Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/367

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SCENA VI.

Gottardo e la suddetta.

Gottardo. Oh eccomi qui. (allegro)

Placida. Venga, venga, signore, che viene a tempo.

Gottardo. Non istate più a taroccare, che ora vi conterò tutta la faccenda com’ è.

Placida. Non vi è bisogno che me la raccontiate, che la so me- glio di voi.

Gottardo. Sì. Sapete dunque r impertinenza che mi ha fatto Agapito ?

Placida. Che Agapito ? Qui non c’entra Agapito. Siete voi che tenete mano a delle tresche illecite, a degli amori sospetti.

Gottardo. Io ?

Placida. Oh non fate l’ idiota, che il signor Roberto mi ha detto tutto. Ei vi ringrazia del comodo che gli avete dato stamane di amoreggiare la signora Costanza, senza saputa di quel buon uomo di suo padre.

Gottardo. Anche questo di più ? Maledetto Agapito !

Placida. Ma voi volete gettar la colpa sopra di Agapito.

Gottardo. Sì, è egli che mi ha cambiato la chiave, che ha dato qui da pranzo in mio nome, che mi ha fatto quasi precipitare con r oste, ma lascia fare, che ho trovato io la maniera di vendicarmi.

Placida. Sia quel che esser si voglia ; in casa nostra non si ha da soffrire una simil tresca e non la voglio assolutamente. Ecco in quella camera vi è già il signor Pandolfo e la signora Co- stanza.

Gottardo. Sono di già venuti ?

Placida. Sì, ed è venuto subito quel ganimede del signor Ro- berto, e si burla di me, e si burla di voi, e si burla di quel povero vecchio del signor Pandolfo, e fa l’amore colla signora Costanza, e in casa nostra è un insulto, è un’indegnità, è una vergogna.