Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/369

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Pandolfo. e se voi avete dell’ amore per la mia figliuola, perchè non trattare da galantuomo ? Perchè non dirmelo, senza fare di tai scondagne ?

Roberto. Confesso che ho fatto male ; ma il desiderio di assicu- rarmi prima della sua inclinazione...

Costanza. Deh caro padre, compatitemi ed abbiate pietà di me.

Pandolfo. Disgraziata ! meriteresti... E voi, signor Gottardo, voi date mano a simili impertinenze ?

Placida. Gliel’ ho detto anch’io, l’ho rimproverato anch’io.

Gottardo. Credetemi, signor Pandolfo, che io non ne so niente.

SCENA IX.

L’ Oste e detti.

Oste. Signore, son venuto a vedere, quando comanda ch’ io abbia r onor di servirla.

Gottardo. È tutto all’ ordine ?

Oste. E tutto pronto.

Pandolfo. Con vostra buona grazia, io voglio andarmene ; animo, andate innanzi. (a Costanza)

Gottardo. Caro signor Pandolfo, non mi dia questa mortificazione.

Pandolfo. No, voglio andarmene.

Placida. Via, signor Pandolfo, già ora tutto è scoperto, ci favo- risca restare.

Pandolfo. Vi ringrazio d’avermi illuminato, ma voglio andarmene.

Leandro. Favorisca, ho da fargli sentire un sonetto.

Pandolfo. Non ho volontà di dormire.

Roberto. Per grazia, signor Pandolfo.

Pandolfo. Mi maraviglio di voi.

Costanza. Ah caro padre, per la vostra unica figlia, per la vo- stra cara Costanza che ama, è vero, il signor Roberto, ma lo ama onestamente, e spera amarlo, col vostro consentimento, deh restate, deh non mi date una sì dura pena, non mi fate piangere per carità.