Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/89

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braccia del signor don Roberto. Sapete l’ amore, la bontà che ha per me, e siete sicuro ch’ egli pensa da uomo onesto, e colla più rigorosa delicatezza. Don Flaminio e Fabrizio sono scoperti, li temo meno, ed il padrone saprà assicurarmi dalle loro molestie. La padrona, o non è più in casa, o se vi torna, sarà probabilmente con delle condizioni che la renderanno meno orgogliosa. Tutta la difficoltà è per voi. Non posso lusingarmi che il signor don Roberto vi riceva in casa con me, ma posso bene colla roba mia, col mio danaro e co’ miei profitti soc- corrervi fin che ne avete bisogno, finchè sappiate le ultime riso- luzioni di vostro padre, o che troviate un onesto impiego in Pavia. Saprò almeno che siete qui, vi vedrò qualche volta, mi può riuscir di persuader il padrone in vostro favore. S’ei venisse a morire, che il cielo non lo voglia, mi ha promesso beneficarmi. Così, il mio caro, il mio adorato Lindoro, soccor- riamo decentemente la nostra miseria, metto in sicuro il mio decoro e la mia onestà. Vi amerò sempre colla sola pena di non vedervi, e colla dolce speranza che possiamo essere un dì contenti. (con tenerezza)

Lindoro. (Piange, e non risponde.)

Zelinda. Anima mia, che dite? Oh Dio! piangete? Non ri- spondete?

Lindoro. Che volete che io dica? Avete ragione; andate che il ciel vi benedica.

Zelinda. Ah no, se ciò vi fa tanta pena, non anderò, resterò con voi.

Lindoro. E a far che ? Poverina ! a penare ? a patire ? Ah no, andate, ne son contento, ma non m’ impedite almeno di pian- gere il mio destino.

Zelinda. Ma io non ho cuor di lasciarvi in uno stato sì doloroso.

Lindoro. No, cara, non vi affliggete, non vi arrestate per me. So che mi amate, e ciò mi basta per consolarmi. (procura di rasserenarsi)

Zelinda. Andrò dunque.... (parte)