Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/92

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mi manca, colla mia mano, sì colla mia mano medesima, ven- dicherò Lindoro, vendicherò me stessa, punirò un ingiusto, pu- nirò un persecutore dell’onestà, del decoro, dell’ mnocenza. (parie)

SCENA XIll.

T>on Flaminio solo.

Costei è una vipera, è una furia, è un demonio, e tal la rende un vero amore, una perfetta costanza. Che dirà mio padre di me e della mia condotta, dopo le proibizioni ch’egli mi ha fatte? Sono perduto, se io non impetro il di lui perdono. Ma convien meritarlo. Sì, andrò (’^ io stesso a gettarmi a’) suoi piedi. Gli prometterò il pentimento, il cambiamento di vita, l’abbandono totale d’ogni pensiero sopra Zelinda.... Ma sarò io in istato di mantenerlo ? Sì, certo ; lo manterrò. L’ ho detto, son galantuomo, non vi penserò più. Ma un’altra cosa mi sta sul cuore. Il trattamento villano che ho usato alla can- tatrice. Ella non lo merita, ed io ne sono mortificato; ma andrò a vederla, farò seco lei il mio dovere, e cercherò ogni strada per compensare colle attenzioni la pena che a quella buona giovane ho cagionata. Amore mi avea acciecato. La ragione m’ illumina, e mi consiglia. (parte)

SCENA XIV.

Camera di don Roberto.

T^on Roberto e don Federico.

Roberto. Orsù, signor don Federico, non voglio parere ostinato. Mia moglie non merita ch’ io mi scordi sì presto le inquietudini che mi ha dato, ma son di buon cuore, e in grazia vostra son pronto a riceverla, e a perdonarle.

Federico. Vi lodo e vi ringrazio per conto mio. Mi permettete eh io vada a prenderla, e che ve la conduca immediatamente ? (1) Ed. Zaita : onderò.