Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/95

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GLI AMORI DI ZELINDA E LINDORO 89

Zelinda. Oh me felice! Ditegli ch’è il segretario del signor don Roberto, del mio caro padrone, che perdona a me, che perdona a lui, che si è mosso a pietà delle mie lagrime, e delle nostre sventure. (a Fabrizio)

Roberto. Chi può resistere a una sì bella passione? (a Fabrizio)

Fabrizio. Avete ragione, signore. Ella merita tutto. Zelinda, vi domando scusa, e vi prometto di non inquietarvi mai più. (Bisogna farsi un merito della necessità). (da sè, parte)

Zelinda. Oh quante grazie! oh quante obbligazioni! oh quanta bontà che voi avete per me!

Roberto. Non so che dire. Voi persistete a voler Lindoro. Io lo1 faccio mal volontieri.

Zelinda. Perchè, signore, mal volentieri? Oh se sapeste quanto egli è amabile! quanto è egli buono.... Ma oh cieli! Ecco qui la padrona. (timorosa)

Roberto. Non temete di nulla. Spero che la troverete più docile, e meno austera.

SCENA XVI.
Donna Eleonora, don Federico e detti.

Federico. Venite, signora, che il signor don Roberto desidera di abbracciarvi.

Eleonora. S’ei lo desidera.... (Ma qui ancora costei!) (da sè)

Roberto. Consorte carissima, è inutile l’esaminare se voi od io2 lo desideriamo. In ogni caso facciamo tutti due il nostro dovere. Una sola condizione io pongo al piacer della nostra unione, ed è che tolleriate in pace questa buona, questa savia, quest’onorata fanciulla.

Eleonora. (Il sottomettermi è cosa dura, ma la necessità mi consiglia). (da sè)

Federico. Che dite, signora mia? avete obietti in contrario?

Eleonora. No, sono ragionevole.... sono umana.... Mi fido del

  1. Ed. Zatta: la.
  2. Così le ristampe. Ed. Zatta: ed io.