Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 2, 1910 - BEIC 1838429.djvu/148

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e ch’egli sputando talora rimandava nella tazza. — Quest’uomo — segui il professore — non perisce per altro male che per quello d’una febbre acuta che l’uccide. Gli fu fatta bere — aggiunse — quell’acqua lunga con entro della manna e gli furono posti que’ frequenti serviziali di china, come aveva suggerito io nel consulto tenuto? — Non signore — rispose madama Cenet, — perché gli altri medici non ordinarono niente di ciò. — Bella! — diss’egli. — A che dunque mi vollero ad un consulto? Veramente non sono avvezzo a far la figura d’un Truffaldino. — Rivolto a me aggiunse: — Il di lei fratello è appeso a un solo filo di vita. Io non posso prometterle nulla nella estrema spossatezza in cui si è lasciato precipitare. Benché a caso disperato, si tentino le cose da me suggerite, con sollecitudine e con frequenza.

Lo pregai a non abbandonare l’ammalato. Mi promise le sue visite diligenti. Con l’uso de’ suoi ricordi a’ quali invigilai, la febbre divenne piú mite. Mio fratello cominciò ad aprire gli occhi, a dire qualche parola. Potè prendere qualche oncia di maggior nutrimento e qualche dramma di china mascherata per bocca. La sua infermitá fece una crisi crudele. Fu coperto dall’osofago sino al fondo del tubo intestinale da una serie di certe ulcere che i medici chiamano «afte». Il professore assistente confessò che quella era una crisi, ma una crisi che poteva essere micidiale. Tuttavia, fosse effetto di qualche rimasuglio di vigore della natura o effetto de’ rimedi ordinati dal professore, vidi in pochi giorni mio fratello rinforzato, sedere sul letto libero di febbre, barzellettare col medico; indi tra pochi altri giorni uscire dal letto, mangiare con buon appetito, comporre de’ sonetti e rientrare in quella sanitá di cui una macchina diroccata dalle applicazioni, dalle sventure, dall’etá avanzata e da una mortale infermitá era capace.

Fu anche in quella mia penosa permanenza in Padova che m’incontrai molte fiate nel Gratarol. Io desideroso della sua amicizia e di disingannarlo del suo errore, egli ostinato nell’inganno suo e nel suo ingiusto livore. I nostri cappelli rimasero saldi: il suo per una mal impiegata alterigia, il mio per i consigli del senatore.