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blico. Infatti la ricerca assidua del nuovo, che molti a torto biasimano, non è che una domanda di originalità, alla quale l’offerta degli autori risponde poco per ora, ma risponderà in seguito. E se si ricorda la smania di travestirsi che infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si è guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che fosse l’imitazione una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell’errore pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: Appressamento della morte. Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d’esser veduto ed inferiore troppo all’aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.

Dire che una cosa di Leopardi, anche Leopardi bambino, sia brutta, non si può senza spiegarsi chiaro e protestare prima ad alta voce del rispetto profondo e dell’ammirazione grandissima che si porta all’infelice poeta. Prima di alzare il martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza dei fedeli che non è il santo che si vuol mettere in pezzi, ma la sua immagine contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi è così grande nella storia letteraria e nella coscienza di tutti, è così in alto nella giusta venerazione degli italiani e de’ forestieri, che prima di chiamar brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare scusa e parlare con circospezione. Aggiungasi che il poeta recanatese fu così maravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come giudicare un lavoro compiuto sul finire