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266 storia d'italia

dí poi, nella cittá di Roma, una scrittura in nome del principe e de’ magistrati viniziani; nella quale, dopo lunga e acerbissima narrazione contro al pontefice e il re di Francia, si interponeva l’appellazione dal monitorio al futuro concilio e, in difetto della giustizia umana, a’ piedi di Cristo giustissimo giudice e principe supremo di tutti. Nel quale tempo, aggiugnendosi al monitorio spirituale le denunzie temporali, l’araldo Mongioia, arrivato in Vinegia e introdotto innanzi al doge e al collegio, protestò in nome del re di Francia la guerra giá cominciata, aggravandola con cagioni piú efficaci che vere o giuste: alla proposta del quale, avendo alquanto consultato, fu risposto dal doge con brevissime parole che, poi che il re di Francia aveva deliberato di muovere loro la guerra nel tempo che piú speravano di lui, per la confederazione la quale non aveano mai violata, e per aversi, per non si separare da lui, provocato inimico il re de’ romani, che attenderebbeno a difendersi, sperando poterlo fare con le forze loro accompagnate dalla giustizia della causa. Questa risposta parve piú secondo la degnitá della republica che distendersi in giustificazioni e querele vane contro a chi giá gli avea assaltati con l’armi.

Ma unito che fu a Pontevico l’esercito viniziano, nel quale erano dumila uomini d’arme tremila tra cavalli leggieri e stradiotti, quindicimila fanti eletti di tutta Italia, e veramente il fiore della milizia italiana non meno per la virtú de’ fanti che per la perizia e valore de’ capitani, e quindicimila altri fanti scelti dell’ordinanza de’ loro contadi, e accompagnati da copia grandissima di artiglierie, venne a Fontanella, terra vicina a Lodi a sei miglia e sedia opportuna a soccorrere Cremona, Crema, Caravaggio e Bergamo: ove giudicando avere occasione, per la ritirata di Ciamonte di lá da Adda né essendo ancora unito tutto l’esercito del re, di ricuperare Trevi, si mossono per deliberazione del senato ma contro al consiglio, secondo che esso affermava poi, dell’Alviano; il quale allegava essere deliberazioni quasi repugnanti vietare che si combattesse coll’esercito degli inimici e da altra parte accostarsegli tanto, perché non sarebbe forse in potestá loro il ritirarsi, e