Pagina:Guicciardini, Francesco – Storia d'Italia, Vol. IV, 1929 – BEIC 1847812.djvu/203

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libro quintodecimodecimo - cap. iv 197


Le quali forze, raccolte per diverse cagioni in questi luoghi, dettono occasione a cose maggiori. Perché, morto il pontefice, il duca di Ferrara, stracco dalle speranze che gli erano state date della restituzione di quelle terre, e considerando per la assoluzione ottenuta da Adriano essere manco difficile ottenere la venia delle cose tolte che la restituzione delle perdute, e persuadendosi quel medesimo che comunemente si credeva per tutti, che per le discordie de’ cardinali, cresciute continuamente dopo la morte di Lione, avesse molto a differirsi la elezione del pontefice futuro, deliberò di attendere alla recuperazione di Modona e di Reggio: alla qual cosa, oltre all’altre opportunitá, lo invitava la comoditá di unire a sé Renzo da Ceri, che giá avea congregati dugento cavalli e piú di dumila fanti. Però il duca, soldati tremila fanti e mandati a Renzo tremila ducati, si mosse verso Modena, nella qual cittá non era altro presidio che il conte Guido Rangone colle genti con le quali era stato condotto dalla lega; e benché nel popolo fusse esoso il dominio della casa da Esti, nondimeno, essendo le mura deboli e fabbricate senza fianchi al modo antico, ripiene le fosse, né fattavi giá molto tempo alcuna riparazione, pareva bisognasse maggiore presidio. Però per il governatore e per il conte, che deposte alcune dissensioni state tra loro procedevano unitamente, si faceva estrema diligenza perché, secondo la deliberazione fatta prima, entrassino in Modona i fanti spagnuoli; i quali arrivati giá in Toscana camminavano lentamente, facendo varie e ambigue risposte circa al volere fermarsi in Modena o andare innanzi: pure, con molti prieghi, furono contenti finalmente di entrarvi. La qual cosa intesa dal duca di Ferrara, che con dugento uomini d’arme quattrocento cavalli leggieri e tremila fanti era venuto al Finale, lo ritenne quasi dal procedere piú oltre; pure, non essendo la cosa intera, e sperando potergli almeno coll’unione di Renzo da Ceri succedere [di] ottenere Reggio, non disperando ancora, che per la difficoltá de’ pagamenti avesse a nascere ne’ fanti degli inimici qualche disordine, deliberò di andare innanzi. Né erano queste speranze concepute leggiermente, perché non facendo