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54 il baretti

Pescaje tranquille
specchiano argentei salci che vi
brillano.
L’ombra trema
su l’onda,
l’aura geme
fra i pioppi;
noi siamo immersi in un sogno
profondo.


Le lontananze fulgono
e fanno un gesto di pace.
La nostalgia
solleva, pallida,
il suo umile velo ceruleo
sin verso le plaghe del cielo:
oh sparire, oh vanire
in un illimite sogno...».


«Quando la pioggia
sgronda dalle
docce,
di notte, tu giaci ed ascolti:
son chiusi i serrami: niuno
può penetrar in casa,


E tu giaci sola;
sola: e murmuri: «Oh, fosse,
foss’egli qui...».
Allora qualcuno picchia,
picchia forte
alla porta:
si che l’orologio no trema
— tu ascolti? — sommesso,
fievole, leggero...
E, quindi a poco,
s’instaura una calma mortale...».

Gustavo Falke.

Gustavo Falke è il sìdere della poesia alemanna tra il 1890 e il 1910, e ne domina tutto il cielo, benché esso sia cosparso di costellazioni lucidissime. Egli sta, solo, sulla vastitudine azzurra; solo e desolato, e si consuma nel proprio fulgore.

Il Poeta è di Lubecca, la libera città rèttasi con liberi statuti, con poche altre, emergente dalla fitta rete di ghilde anseàtiche onde s’eran avvinti in mutua dipendenza i borghi del medio evo.

Ma la sua vita è trascorsa quasi per intero ad Amburgo, ch’egli considerava patria elettiva. Doveva impiantarvi, per voler dei parenti, un negozio di libri; ma preferì fermarvi la sua attività di didatta. Egli ha insegnato musica: era maestro di piano.

Niun pretesto più comodo ad un ermenèuta — non è vero? — per districar dalle ombre della selva lirica le scaturigini variamente armoniose che vi rimurmurano.

Falke comincia a produrre sul tardo; e, esempio di modestia raro, senza troppa fede in sé stesso. A sua medesima detta, una lettera elogiativa di Detlev, giuntagli quando aveva già toccato le soglie del quarantesimo anno, lo rafferma nella, convinzione d' esser uno dei porfirogeniti. «Da allora, fui poeta con una certa saldezza». Pubblicava in quel tempo la prima raccolta di liriche: «Mynheer la morte»(1891).

La curva evolutiva di Falke e connaturale ad ogni verace poesia: dal pittoresco al lineare, dall'abbagliante al semplice, dal violento al calmo. Egli delimita precisamente le dighe del suo inondo interno: «un’intima, una tranquilla esperienza, poetizzata in parole, suoni imagini». Entro una siffatta demarcazione di confini, possiamo distinguere però tre regioni differenti.

Da principio è il regno del raccoglimento familiare, è quel genere di lirica che, per primo, il Pascoli ha instaurato tra noi; è quella felicità che sboccia allor quando s’è radunati a cerco intorno al crepuscolo languente dei focolari: herddämmerglück. E’ quel senso così particolare ai germanici, e così fecondo, nella loro istoria musicale e letteraria, di conseguenze creative. Quel compenetrarsi, quel convibrare delle anime nell’atmosfera senza mutamento delle stanze serali, quando, dopo il giorno laborioso, l’agitato respiro si placa, e lo spirito s’adagia nel sopore del sogno. Sorgono allora i temi, i canti, che di necessità hanno le stimate di una profonda nostalgia.

Poiché nostalgia, dice Lenau,

«è l’approssimarsi dell’amore,
nostalgia, l’essenza delle dimande mai paghe,
e d’ogni più grande gesto dell’uomo;
nostalgia, è il prodigio delle rinunzie celesti».

Chiunque ha dimestichezza con la musa di Edoardo Grieg, il musico che meglio di niun altro ha saputo colpir il nòcciolo di questi sentimenti, comprende di leggèri. E nel senso di quei motivi delicatissimi, di quella semplice squisita atmosfera, son tenute le prime poesie di Falke. Nella silenziosa penombra, appena intermessa dallo svampo e dal chiocco del ceppo che brucia sull’alare, sgorgano liriche come: «Pausa » in cui il Poeta cerca, e crede d’aver trovato, una conciliazione fra le aspirazioni impetuose del cuore, e la felicità borghese della famiglia: «il ritmo, insomma, che giace nell’antinomia tra il desiderio e il dovere».

Ma tale illusorio contentamento comincia ad essere scosso dal predominio inevitabile delle

UOMINI

A. Anlate: Vita di Bellini ||
 L. 10
B. Brunello: Cattaneo ||
   » 10
A. Cappa: Vilfredo Pareto ||
   » 5
P. Gobetti: Matteotti ||
   » 2, 50
V. M. Nicolosi: Gozzano ||
   » 5
G. Prezzolini: Papini ||
   » 6
G. Vaccarella: Poliziano ||
   » 7
G. Zadei: Lamennais ||
   » 12

Si spediscono franchi di porto contro vaglia all’editore Piero Gobetti via XX Settembre, 60. Torino. Agli abbonati del Baretti sconto del 10%.


forze che operano, anche inconscio Falke, nei gùrgitì oscuri dell’anima sua. Allora il silenzio delle camere tepenti, il sorriso dei bimbi, le placide lune delle lampade sbocciate sui maintili candidi delle tavole, non hanno per lui più significato; e la calma è solcata da appelli inquietanti, il velo delle penombre si squarcia, il passo dell’ore risuona.

Ed ecco il Poeta volgersi, fuor dalle pareti domestiche, alla materna Natura per chiederle un dittamo che lo disacerbi: per domandarle che ella faccia sopra di lui il gesto di Amleto: «Peace o perturbed spirit».

Eccolo fra i tramiti solitari della campagna snicurbana, a scrutar il mistero delle pietre, a smarrirsi dinanzi il guaime pur mo’ nato, ad interrogar le fogliette dei mandorli, in cerca d’una pace che lo evita, allor quando proprio egli crede d’averla carpita e di possederla prigione. Ecco ch’egli riprende contatto con gli esseri più umili per assimilarsi a loro, per sentirsene, in certo qual modo, consanguineo.

«Un solitario tramite lungh'esso
tombe: l’eco d’una vita
esiguissima: il ronzo
de’ dìtteri: e, fra l’erba,
un grillo.


Lieve undular di steli
che trascolorano a un soffio;
la chiarità meridiana;
e — d’intorno — la calma,
la pace...».

Ma tutti gli sforzi succedono vani. Falke prova la tortura d’Amfortas che sente mordersi il petto dalla piaga che aperse i fianchi del galileo. Gli sembra d’aver gustato il filtro di Tristano: «Io, io lo composi ! Dall’angoscia paterna, dall’ansia materna, dalle lacrime d’amore, dal riso e dal pianto, dalla voluttà e dalle ferite, io trassi il veleno del filtro!». Il Poeta giunge a quel punto in cui dalla furibonda fornace dello spirito s’innalzano incendii paurosi. Attinge il sommo del parossismo sinfonico. Fantastici lampi sguisciano nella tenebra. Il suo paesaggio interiore assume non so che di difforme, di allucinato, di spettrale. Nasce allora un frammento portentoso: «La vallèa delle fiamme».

«Una rupe, intercisa in neri spechi,
circoscrive una valle, non per anche
calpesta da vestigio d' uomo o làbili
orme di fiera. Niun ronzio d’insetto,
niun vol d’uccelli, niun àlito d’essere
vivo rompon la calma solitudine
di questa valle. Ed ivi sull’ignudo
fondo, fiorisce il càlcare un giardino —
meravigliosamente — armonioso di fiamme.


Alte, solenni come templi,
vi brucian due solinghe vampe, gèmine,
azzurre, simili a cipressi, quasi
immobili. Sommessamente tremano,
in alto, aguzzi. I vertici del fuoco,
E attorno, tutto è simile a un’ajola
di fiamme. Qui, tranquille, risplendenti
d’un fulgore perpetuo; là, agitate,
svolazzanti, in tempesta: alla lontana,
affaticate, fievoli, languenti
d’un bagliore postremo, Lingueggiando
qui, in un tripudio e un giòlito selvaggio,
come danze di spade: palpitando
lunge, d’un doloroso sforzo, come
anime oppresse d’un insonne fascio
di nostalgie.


Nel gioco delle luci,
vibrano, alterne, sovra l'elivo, l’ombre:
in ridde senza tregua il giorno, quando,
sovra d’esse, s' illumina l’imagine
del cielo, e le rischiara: in ridde senza
tregue la notte, quando il cupo volto
della tenebra péncola sul botro,
e indietreggia, repente, sbigottito
dai fuochi azzurri. E, ad ora ad ora, estinguersi


una fiammella stanca, con un piano
singulto, che disperdesi nell’inno,
nel cantico di questo prodigioso
giardino. Ma corolle nòve sgorgano
dal sasso. Il lor profumo è canto. Un lieve,
un lene canto, che, di tempo in tempo,
rado, inforza più pieno. Ed, a fatica
visibile, un vapor sottile, un fiato
fine salgono e adunanti, in esigue
nuvole, al sommo; e — simili a verginee
anime ch’han sognato tutto il sogno
della Vita — vaniscono ne l'aure».


GEORGE

Con George fa il suo ingresso ufficiale nella letteratura militante un fattore di somma importanza, se per non nuovo, per lo svolgimento ulteriore delle lettere germaniche: vogliam dire l’internazionalismo giudaico. Il popolo eletto è venuto, man mano che s’insignoriva meglio del poter plutocratico, e che avvolgeva più stretto di suoi molteplici tramagli culturali la vita dell’organismo statale, ad acquistar in esso sempre più marcato rilievo. Un pronunciamento vero e proprio e quello manifestato in un opuscolo èdito da Maurizio Goldstein nel «Kunstwart», il 1912. Costui scriveva: «Or son più di cent’anni, caddero le barriere che ci rinchiudevano in una specie di ghetto spirituale. Quelli che son restati sì a lungo nell’ombra, si precipitano, affamati, sul festino imbandito. Noi ebrei amministriamo oggi il dominio spirituale d’un popolo che ci nega il diritto e la capacità di agire».

Gli israeliti hanno avuto ognora parte non trascurabile, del resto, nella vita intellettuale della nazione germanica.

Già nel grembo della scuola dei minnesiingheri, affiorano elementi giudaici; e potrebbe, chi volesse cercar con diligenza, rintracciar tracce visibilissime d’ebraismo nella lirica secentesca. Circa il 1870, i semi-ebrei Spielhagen e Heyse si può dire timoneggiassero la vita letteraria. Da allora l’influsso s’è mutato in una vera e propria infiltrazione sistematica, che attenta i fittoni stessi del frassino nazionale, e tende a reciderne completamente le ceppajc ancora capaci di germinare.

Quasi tutti i movimenti che susseguono il naturalismo sono di origine semitica. Gli scrittori tedeschi d’oggi riversano gran parte della colpevolezza della guerra e della rivoltura sociale sul predominio ebraico.

Il carattere di questa primazia è corrispondente a quello delle singole personalità che la attuano: ed è costituito dal prevaler della sensazione, del sensazionalismo. Nell’àmbito di tale tendenza, possiamo discriminar diverse filiazioni minori: l’estetismo, inaugurato appunto da Stefano George, l’erotismo, il perversismo, l’esotismo. Peculiarità del giudaismo è la interpolazione, il rimpasto, la manifattura drogata. Gli ebrei, come popolo in contatto con le culture più diverse, fanno l’estremo di lor possa per assimilar, trasformando, il succo nutritizio delle dapi servite alla mensa altrui.

Non è tuttavia legittimo ricorrere a questa similitudine parassitica per individuar l’arte di Stefano George.

Il simbolismo nascente negli anni che seguono il 1890, dovea subir l’influsso di Mallarmé, più che quello di Maeterlinck o di Verhaeren. Diviso tra due civiltà, oriundo di Rüdesheim, in contrada renana, George è il primo a subirne gli echi. Dopo d’aver trasmutato in favella germanica Baudelaire e Rimbaud, Swinburne e Rossetti, George tenta l’approccio di Mallarmé, cavandosene con varia fortuna. La sua opera attesta una derivazione chiara dal sistema dell’artefice gallico: analogia e indicazione, precisione e allusione, musica e silenzio, son valorizzati nella sua lirica con processi tecnici similari. E se, come vuole un critico francese di indiscutibile competenza, durante la lettura d’una pagina di Nietzsche a Mallarmé cadde in pensiero il suo emblematico «colpo di dadi»; George fu mosso, come appare, alla propria battaglia d’arte da più di un punto sottile della sottile dottrina del riformatore d’oltre Reno.

Vien voglia, per adombrar tale atteggiamento di arrecator di tesori alla ignavia distratta dei conterranei, ricordando, come si esprime Keats, che le melodie udite sono bensì dolci, ma più dolci sono quelle non udite, applicargli il famoso periodo delle «Divagations»:

«Riassumer con lo sguardo la vergine assenza sparsa in codesta solitudine: e, come altri coglie, in memoria d’un lago, uno di quei magici nenùfari che vi emergono d’un tratto, avviluppando del lor cavo biancore un nonnulla, composto d’intatti sogni, della beatitudine che non sarà mai vera e del mio àlito qui rattenuto per tema d’una apparizione, partir insieme con esso; tacitamente, remigando a poco a poco, senza infrangere col remo l’illusione; senza che lo sciabordar del sonaglio visibile di spuma, avvolto al solco della scia, gitti ai piedi d’un essere sopravvenuto la rassomiglianza traslucida del mio fiore ideale».

George è il fondatore d’un cenacolo ormai celebre, che pubblicava una rivista, dal titolo «Fogli d’arte»; esso raccoglieva quanto di meglio la giovine Germania potesse allora offrire in materia. Giungevasi al gruppo un preraffaellista squisito, il Lechter, in cui la spiritualità dell’anglicismo pittorico sembrava aver ricevuto una consagrazione quintessenziata; dipintore cui le pure sagome, delineate in istillizzazioni volutamente esili, estratte da ogni valore espressivo di peso corporeo, assentivano una specie di voluttà metafisica.

Riccardo Meyer per primo, nel 1897, rivela al gran pubblico codesto gruppo cenacolare i cui inizii George avea tenuto a celar sotto il triplice velo d’Iside del dispregio verso il vulgo profano. Nello stesso torno di tempo. George dà fuori le proprie opere in verso.

I capisaldi della teoria, studiosamente elaborata oltre che da George, anche da Paolo Gerardy e da Lodovico Klages, sono i seguenti. Anzitutto: violenta reazione al naturalismo, specie quello sociale. Sbandita la tendenza al filosofismo, la volontà di prolungar il raggio della propria azione sopra campi distanti; il miglioramento del mondo, la felicità degli uomini sono ottime cose, ma non pertengono alla poesia. Non è necessario, alla creazione lirica, il posseder una sistematica concettuale circa i rapporti dell' Universo. Tutta la letteratura che precede è morale (anche quella interdetta processualmente), borghese, popolaresca, istruttiva, programmatica, tendenziosa. Sgombriamo i varchi! Altra è l’arte d’oggi, che vuol soltanto evocare, suggerire.

E’ agevole veder qui, chiaro, qual fontaniere esperto sia George nel dedurre al proprio orto i rivoli del vivo fonte simbolistico. Per altro, più che con le vaporose armonie dei poeti francesi, i componenti del gruppo dei «Fogli d’arte», riconoscono le loro ideali affinità con l’opera d’un artista, che suscita un portento verace dalla essenza della sua stirpe, ed in cui trepidano, come in uno strombo canoro, gli echi delle melòdi marine: Arnold Böcklin. Essi si sentono quasi minor fratelli del grande pittore; e si propongono, come lui, uno scopo altero: esprimere, traverso un ritmo sempre perspicuo e quadrato, impalpabili sogni. I sogni delle rupi degli alberi d’ogni cosa vivente nel Tutto. Siamo quasi per toccare le dottrine dell’espressionismo: un millimetrico avvicinamento ed avremmo il combacio. George vuol mettersi in grado di percepir il radioso segreto degli esseri, viver ivi entro per ribalbettarlo, tremando d’emozione indicibile. Anche una propensione verso Novalis è irrefragabilmente palese. Il Poeta celebra la Notte con parole assai simili, nell'intimo senso, a quelle di von Hardenberg.

«O sacra Notte, o Tenebra santa, poi che tu ci riconduci a noi stessi, noi sentiamo, rabbrividendo, porporeggiare nell’anima nostra le corolle d’ogni vita. Ciò che noi suscitiamo di più ricco e di più profondo, il taciturno segreto delle gravi parole e delle lontane armonie, questo ci disvela, ignuda, ogni vita estranea. Soltanto quando ci è dato comprender noi stessi, ci è possibile abbracciar l’Universo».

Quale è tuttavia, l’origine della falsa concezione dell’arte vigente sino ad ora? L’aver posto mente più all’argilla che al figlilo, l’aver posto in pregio più quella che questo. Scopo dell’Arte nuova è crear una vita che sollevi onde più alte che l’effettiva, e le cui necessità l’arbitrio dell’uomo sembri signoreggiare. Or ecco entrar in gioco l’antica dottrina dell’ironia in auge all’epoca dell’idealismo assoluto. «In questo cerchio di sensazioni suscitate dal sogno, l’artista è insieme il lottatore, il trionfatore, lo spettatore. Nella creazione, permane tuttavia la coscienza che le creature evocate devon la loro anima solo all’artefice, che esse obbediscon soltanto al suo scettro magico; e, dietro la commozione, sussiste, sommesso, ma osservabile, il vigile intelletto che stilizza». Mezzo d’espressione: un linguaggio puro, melodioso, severo, d’una bellezza potente, d’un grazia senza lenii. Le forme della tradizione tecnica son serbate scrupolosamente. Ma è richiesta un’austerità maggiore per quel che concerne i rapporti della rima e della assonanza. «La rima è un giocattolo pagato a troppo caro prezzo. Se il lirico vi ha ricorso una volta, non ripeta il gioco che di rado».

•••

Ed ora disaminiamo resultati ed applicazioni in George. Un egocentrismo assoluto spira dalle pagine dei suoi poemi. «Le vostre ombre, ritagliate in fretta, per adornarne le sale della mia memoria», suona la frase liminare d’una dedica. Una stilizzazione rigida, àlgida le più volte; arte di bolino, non di pennello flèssibile. Siamo nel bel mezzo del tepidario simbolista. La Natura è concepita come una nemica:

«Il mio giardino non sospira nè luce nè caldo;
il giardino che da me medesimo, un giorno, costrussi;
e gli stormi senza vita dei suoi allgeri
non han per anche conosciuto primavera nessuna».

Si pensa ai morbosi narcissi cantati da Felix Dörman, con le piccole bocche rosse di sangue, al giglio maeterlinekiano delle «Serres chaudes», che innalza verso le vetrate impassibili la sua «mistica prece bianca». La poesia di George non conosce i boschi, ma, come quella di Rilke, vive in parchi cedui moderati da cesoie sapienti, ove il busso alterna con le mortelle tagliate a siepali piani, e il cipresso, simile a una scolta incappucciata, sembra portar il broncio alla leggerezza d’un cirro vagabondo pei cieli.

Il sentimento, in George, non e il fine dell’arte: il raporto è qui invertito. «Sol quando il sentimento s’è lasciato dietro ogni impulso, ogni èmpito, ogni irrequietudine della sua nascita terrestre, sol quando ha rivestito quella forma vasta, traslucente, super individuale, i cui particolari innùmeri portano il segno della trasmutazione operata dall’arte, solo allora può essere espresso in parole».

E tuttavia codesto esteta puro, codesto asceta che macera il proprio intelletto nel cilizio spietato d’una disciplina selettiva implacabile, tanto che si può affigurarlo, per più d’un tratto, agli aristòcratici slesiani del settecento; codesto Poeta, che non sa altra passione fuor quella del Verbo, ha, non di rado, freschezze incomparabili, momenti di ingenuità tali che bastano a dissipar la caligine ch’occupi le ciglia del lettore più dissidente.

«Noi ci diportiamo, calcando la doviziosa canutiglia d’oro
del viale dei faggi, quasi per sino al cancello,
e riguardiamo sul campo, traverso le sbarre,
il mandorlo che rinfiora.


E ricerchiamo i sedili riposti, liberi d’ombre,
là dove stranie voci non ci intimidirono pur mai;
intessiamo le braccia come in un sogno,
e ci ristoriamo al lungo lume sereno.


E sentiamo, riconoscenti, gocciar sovra noi,
dalle vette degli alberi, con un brusìo lieve,
tracce di raggi: e riguardando, ascoltiamo,
nelle pause, percotere i frutti mèzzi per terra».

Oppure:

«Il balzo ove noi vaghiamo è già nell’ombra,
mentre il colle più alto stormisce ancora nella luce:
e la luna, appena ora, si libra, come un nuvoletto
(bianco,
sovra una delicata coltrice glauca.


Le rèdole, protese lontano, sciàlbano —
e il viatore s’arresta ad mi subitaneo sussurro:
quello d’un’acqua invisibile che sgorga dal monte !
O d’un uccello che ciangotta una sua ninna-nanna!

Due fanciulli si rincorrono, per gioco,
fra gli steli; il cigliare d’un campo
sembra apprestar in silenzio, con ciuffi dì titi(màlo,


POESIA

A. Balliano: Vele di fortuna ||
 L. 5
F. M. Bongioanni: Venti poesie ||
   » 8
E. Montale: Ossi di seppia ||
   » 6
R. Mucci: Natura morta ||
   » 5
L. Pignato: Pietre ||
   » 5
U. Riva: Passatismi ||
   » 10
G. Sciortino: Ventura ||
   » 5
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