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PIERO GOBETTI nelle memorie e nelle impressioni dei suoi maestri DI Piero Gobetti, voglio mettere oggi in carta alcuni ricordi personali. Lo conobbi quando non era ancora arrivato all’università c già il suo cervello era una fucina di idee, le quali fermavano l’attenzione di chi l’ascoltava, anche per il modo rotto ed inspirato con cui egli le esponeva, accompagnando le parole col moto nervoso delle mani e del caj>o.

All’università, mi organizzò nell’anno in cui volle frequentare il mio corso di finanza, un piccolo pubblico di ascoltatori non obbligati; sicché io, che in quell’anno avevo intrapreso un insegnamento esegetico su alcuni testi di legge tributaria italiana — e i periti possono ben comprenderne l’aridità noiosa, sebbene voluta — dovetti fare sforzi erculei per trasformare il commento ad articoli di legge in un esercizio di logica economica applicata; e dello sforzo compiuto fui sempre grato al Gobetti perchè ne uscì un tentativo di mettere ordine nel disordine apparente, di costrurre un ordine logico deduttivo su materiali frammentari.

Ma le conversazioni migliori che ebbi con lui toccavano quasi sempre il problema del lavoro; e Tessersi egli fatto editore di un mio volume su «i Le lotte del lavoro» fu la conseguenza di quelle conversazioni. Egli stesso ha scritto e stampato quel che, intorno ai problemi del lavoro, pensò; e lo fece certamente meglio di guanto non possa ricostruire io, ricordando le sole cose che mi rimasero più fitte nella memoria c ricordandole in quel modo approssimativo e vago che il tempo trascorso consente. Tuttavia anche il ricordo altrui può giovare, se non altro, a fermare le sembianze sotto le quali l’amico fu visto dall’amico e le idee che il sopravissuto potè illudersi di aver fatto conoscere a chi non è più.

Vi fu un tempo, dunque, durante il quale Gobetti visse a contatto con operai torinesi, elementi scelti delle maestranze le quali popolano gli stabilimenti della «Fiat» e delle altre imprese nostre. Era un vero «Ordine nuovo» che sembrava allora sorgere; in cui al lavoro che agisce e j>cnsa era serbato il governo della società. A vantaggio ed istruzione di questa scelta di operai egli teneva qualcosa che non era tuia scuola od una università popolare o proletaria; ma conversazioni e lezioni tra amici e conoscenti, ricordi c ripetizioni di letture fatte, commenti ad articoli di giornali o su fatti del giorno.

Egli vedeva nel mondo operaio, allora agitato dalle convulsioni del dopo guerra, formarsi i germi di una società nuova, a cui i teorizzatori del tempo davano il nome di comunistica o socialistica, ma che in realtà era tutt’altra cosa. Non si può dire che Gobetti si fosse fermato neppure sul sindacalismo come su una dottrina atta ad andare in fondo a ciò che accadeva. Al disopra ed al di là dei nomi, egli vedeva le forze nuove, vergini, capaci di creazioni sociali diverse dalle attuali.

Ci sono negli operai manuali, nei tecnici degli stabilimenti industriali, nei rustici appena tolti alla vanga e gittati nel tormento dei forni e nel rombo assordante del macchinario di fabbrica, energie, forze, volontà lo quali ancora non sono state sfruttate; ci sono uomini d’eccezione, capaci di cose notevoli, intelligenze che l’ignoranza soltanto rende incapaci di dare frutti insperati. Il sindacalismo, la conquista delle fabbrica, la vittoria del proletariato sono soltanto gli strumenti, le formule per mezzo di cui riescono ad imporsi gli uomini di valore esistenti nella massa proletaria, e Toro esce purificato dalla bruta ganga appena estratta dalla miniera.

Perciò, egli che pure in sostanza repugnava alla statolatria, cd alla irreggimentazione comunistica, fu amico di comunisti, nc apprezzò gli sforzi. Aveva comune con essi il senso della rivoluzione, la quale, anche quando assunse per lui l’aggettivo liberale gli parve necessaria nei momenti delle grandi crisi, per scuotere l’ordine costituito e per lasciare venire a galla, al luogo delle vanità fatte persone, uomini energici tratti dalle classi sociali non ancora fruste dall’esercizio del potere politico ed economico.

Sempre si dolse, allora c poi, che purtroppo venissero a galla non gli croi, che tutti vagheggiavamo, ma puri.imitatori, mascherati col rimbombo di assai parole grosse, dei politicanti corruttori venuti su dopo la caduta della destra storica. Il liberalismo concreto delle classi dirigenti italiane gli sembrò perciò ognora assai meschina cosa. Non negava quel clic esso ebbe poi di eroico in taluni uomini, i quali videro nella difesa della legalità costituzionale la difesa dei diritti di tutti; ma gli pareva che il liberalismo fosse decaduto al livello di una formula priva di contenuto, usata per tener su gente vecchia, in decadenza, non capace di lottare per il raggiungimento di nuovi ideali. Perciò egli voleva che nella lotta intervenissero le classi operaie; che di dosso ad esse fossero tolti quei pesi morti di ignoranza, di povertà che le tengono in basso cd impediscono alla società intiera di vnlersi utilmente delle loro forze fresche. Perciò egli era rivoluzionario; chè senza un qualche scrollo creativo di una nuova formula gli pareva impossibile che le classi operaie riuscissero a rompere la crosta di posizioni acquisite, di pregiudizi, di convenzionalismi, clic davano il jiotcre sociale ad una classe fossilizzata. Non mi parve mai un ammiratore dei ceti borghesi, che in Italia, dopo la caduta della destra, cransi ristretti ad occupazioni materiali c, datisi ad arricchire, non sentivano i grandi problemi politici c sociali.

In tutto ciò v’era un fondo generoso di passione umana, di quello spirito di «discesa nel popolo» che è caratteristico dei momenti in cui si preparano i grandi rivolgimenti sociali.

Personalmente, a me pareva, discorrendo con lui nel periodo in cui egli aspirava a portare tra gli operai il senso virile del liberalismo concepito come sforzo per educare c migliorare sè stessi, per capire il mondo circostante, per rispettare negli altri la propria personalità, di ritornare un quarto di secolo addietro, quando, jioco prima del 1900, anch’io, frequentando operai cd agitatori avevo creduto nclTclevazione faticosa, meritata, conquistata degli uomini rozzi, che lavorano colle loro mani, in cui è spesso tanta luce di fresca, verde, genuina intelligenza. Non ho mai rimpianto quelle vecchio conversazioni cd ancor oggi ho taluno di quei primi agitatori come tra gli uomini migliori, per bontà d’animo e altezza di ideali, che io mi conosca. Ma dubito che la via della elevazione debba essere assai più aspra di quella che ingenuamente avevamo intravista.

Non già soltanto perchè il movimento operaio, così licito negli anni della lotta c della persecuzione innanzi al 1900, sia caduto poi troppo spesso preda di profittatori, di politicanti e di chiacchieroni abili. Questi sono soltanto i sintomi di un male più profondo, di cui qualche volta discorrevo con Gobetti, c che a me pareva consistesse probabilmente nella malvagità innata dclTuomo. Capitai una volta a fargli vedere certe mie non poche schede di appunti presi leggendo le opere di Le Play, clic gli economisti c gli statistici conoscono per i suoi bilanci di famiglie operaie: — Oliera monumentale per fermo, la quale raccomanderà per un gran pezzo agli studiosi il nome dell’autore, come quello del creatore di un metodo originale c preciso di studiare le condizioni sociali dei popoli; — ma clic dovrebbe anche essere meglio ricordato come apostolo di un verbo sociale.

Chè il Le Play si mutò da ingegnere di miniere in compilatore di bilanci operai in seguito ad una crisi di coscienza sofferta al termine di una lunga malattia; quando per una visione quasi religiosa egli si sentì spinto a proclamare la necessità della «riforma sociale»; la quale in sostanza si riduceva poi a combattere la teoria di Rousseau della bontà originaria delTuomo selvaggio, che le istituzioni umane avrebbero corrotto c reso malvagio. Altri, notissimi, pensatori oppugnarono la teoria di Rousseau; ma dubito assai vi sia chi possa eguagliare il Le Play per la ricchezza dei riferimenti tratti dai grandi libri religiosi dell’umanità e delle osservazioni compiute durante cinquant’anni, sotto i più diversi climi storici, in luoghi tra loro lontanissimi, dagli Urali alla Siria, dalla Scandinavia alla Spagna cd al Marocco. Ignoro se vi sia uno scrittore il quale più di lui dia il senso storico di età trascorse: della tribù nomade della Bibbia, del servo della gleba, del compagno della corporazione medievale d’arte c mestieri, del mezzadro italiano, dell’operaio di fabbrica contemporaneo. Questo singolare ingegnere, il quale sarà un giorno studiato come una fonte di prim’ordine dello storico della Russia p. ’.ma dell’ukase di emancipazione e dallo studioso di forme economiche scomparse, non si stancò mai di ripetere che Rousseau aveva detto il falso c clic l’uomo era nato malvagio, crudele, mentitore, ladro c che solo la forza delle istituzioni umane e della religione, solo i legamenti della tradizione, delle consuetudini c la virtù dei pastori di popoli, dei notabili — altri poi li chiamò élitcs e per averli forniti del senso delle comhinazioni ossia dcH’iiiibroglio si procacciò gran fama — a poco a poco lo addomesticano, lo frenano, lo riducono a membro vantaggioso della società. Di qui l’utilità delle tradizioni religiosamente osservate, delle istituzioni antiche le quali si impongono ai popoli quasi avessero lina virtù soprannaturale; di qui il pericolo sociale gravissimo di scuotere con fatti rivoluzionari quel senso di tabù che mantiene salda la compagine sociale. Se qualcuno, audace o incosciente, rompe l’incanto, si vede clic il mondo sociale è tutto un tendone da palcoscenico; c dietro non c’è nulla. Il castello di carta stava in piedi perchè nessuno osava — tanta era la forza dell’incantesimo creata dai secoli — sodarvi dentro; ma intanto, al riparo delTincatllesimo, vissero per secoli società che il Le Play chiama «prospere» in contrapposto alle società «instabili», clic lo spirito della critica riduce in polvere e lentamente dissolve.

Io non dico che Gobetti sin stato persuaso dagli appunti le-playani che talvolta gli sfogliavo per pungere e frenare il suo animo forse troppo propenso a vedere il bene dei germi di rivoluzione gittati nel crogiolo sociale. Troppo poteva in lui lo spirito critico, l’insaziato desiderio di sapere, il convincimento della forza creativa dell’intclligcMizn per acquetarsi alla visione di un mondo governato dalla tradizione, dai notabili, dnll’immagiuc dei castighi annunciati ni disonesti dai versetti della Bibbia c del Corano. L’ingegno umano che ncH’industrin moderna è stato capace di creazioni tanto utili allo prosperità materiale, perchè non dovrebbe, affinato dagli stessi mirabili ordigni da lui creati, perfezionare altresì il meccanismo della vita politica c sociale?

Piero Gobetti aveva fede nella jiotcnzn rivoluzionatrice, nella virtù intima di innalzamento, nella capacità creativa di coloro che vivono quotidianamente accanto alla macchina, fattore per eccellenza rivoluzionario, il che vuol dire creativo di forme nuove, del mondo economico.

Tuttavia egli, che era sempre ansioso di far rivivere tra le generazioni nuove il ricordo di qualsiasi corrente originale del pensiero umano, non cessò mai di invitarmi a divulgare in una qualche lettura cd a raccogliere in un volumetto il succo degli insegnamenti dell’ingegnere autodidatta francese. Amantissimo della 1 iccola famiglia che egli si era creato, idolatrato dai genitori, egli vedeva nettamente che il culto delle tradizioni, In continuità del focolare domestico, il rispetto al.risparmio che costruisce la casa, l’impresa, la terra sono idee forze, le quali hanno anch’essc, insieme col pensiero critico c creativo, con la macchina rivoluzionntricc dell’economia e coll’aspirazione profonda delle masse lavoratrici a salire, rompendo l’equilibrio sociale esistente, diritto di cittadinanza, in quella città ideale che egli veniva costruendo nella sua mente, c che è bella perchè non è rigidamente immota; ina continuamente si trasforma sotto la pressione contrastante delle tante forze che agiscono su di essa. Se i tempi e le forze fisiche, ahimè!, troppo impari al compito assunto, glie lo avessero consentito, anch’egli avrebbe creato, nella sua casa editrice, una di quelle forze sociali, uno di quei ligamcnti tra uomo c uomo, tra spirito e spirito, i quali impediscono che la nostra povera umanità si dissolva in un caos indistinto di atomi sperduti nel buio.

Luigi Einaudi.

Nulla è più doloroso per un vecchio maestro die dover commemorare un giovine scolaro, e uno scolaro come quello che ora il destino ci ha tolto. E’ contro natura. E torna alla mente la querela accorata del filosofo greco, che tutta l’atrocità della guerra compendiava nel detto famoso: «E’ questo 11 tempo che non i figli seppelliscono i padri, ma i padri i figli».

Non mai discepolo ha percorso innanzi ai mici occhi, ornai da lunga esperienza fatti acuti nel penetrare Tauima dei giovani, una parabola di formazione autonoma c di virile maturazione più sorprendentemente rapida e più promettente di quella del povero Gobetti.

A dire la verità — e innanzi a un uomo quale egli fu la verità va detta sempre per intero — la linea dei nostri rapporti, da docente a discente, era partita, se così posso esprimermi, dallo zero. Non lo avevo compreso, quando dapprima — or fa poco più di un lustro — vidi comparire alla mia scuola quel giovinetto, il cui nome era già frammischiato a parecchie delle iniziative più eterodosse, più indisciplinate c scapigliate, c a cui un scintillìo d’occhi davvero stellare c un sorriso arguto di continuo errante dagli occhi alla bocca fresca ma dolorosa davano — almeno visti alla distanza da una cattedra a un banco di scuola — l’aria di una presa in giro sistematica c un poco iconoclastica. Del resto, egli non mi dissimulò mai che in realtà alle mie lezioni non ci si divertiva affatto, e che nè materia nè maestro gli andavano gran che a genio.

E’ bisognato che i nostri così male impostati c impacciati rapporti accademici doppiassero il caiio delle tempeste dell’esame finale — e fu davvero una piccola burrasca — perchè vedessimo aprirsi innanzi a noi un mare, uno sconfinato mare di serena simpatia, di piena confidenza e di reciproca comprensione.

E fu allora ch’io compresi il vero Gobetti cd imparai a scorgere, in quel sorriso che pareva enigmatico c in quel scintillio d’occhi che pareva canzonatorio, tesori di sincerità c di lealtà, di gentilezza c di finezza, e sopratuttò della più pura idealità. E mi racconsolo, ora, pensando che anch’egli mostrò di aver capito ch’io non ero poi quel parruccone pedante, clic forse egli si era immaginato.

D’altra parte, quella dello scolaro non era evidentemente la vocazione e la posizione clic convenisse a una natura come la sua. Egli assurse difatti, c si può dire quasi di un balzo, a quella di maestro. E quel maestro, nel senso più limano e direi umanistico, e cioè più bello ed alto della parola, egli ci sorpassò immediatamente tutti. Intorno a lui si raccolsero subito, da una cerchia che si veniva facendo sempre più ampia, molte più for/.c giovanili, che a noi non sin riuscito in molti anni. Tnnt’è vero clic vale più un solo limpido esempio che mille sapientissimi insegnamenti! Erano parecchie di quelle anime, pur della sua già più esperte della vita; erano ingegni, pur del suo più nutriti di studi c anzi cultori ornai celebrati de.llc arti più varie, clic tuttavia avevano trovalo in quel sincero e coraggioso ragazzo, poco più che ventenne, il loro punto di comune riferimento c di orientazione, la personificazione più schietta c completa di quell’ideale di vita dello spirito e insieme di vita civile, a cui essi anelavano ma che non erano riusciti da parte loro ad attuare che per frammenti.

Ma anche i vecchi maestri ebbero ben presto la sensazione che c’era qualcosa da imparare da quello scolaro: la fedeltà irremovibile ni proprii principii, c la incondizionata dedizione ai proprii ideali. Per questo la sua fu una vita brevissima, si, ma bellissima. Fu, non un principio di vita stroncata, ma una vita, pur nel suo fulmineo ciclo, perfetta e conclusa. Fu una vita esemplare per tutti. L’ardore incomparabile di quella esistenza consumò rapidamente il fragile involucro; ma fu quella una fiammata magnifica, il cui fulgore vincerà il temilo. F. torna pur sempre, irresistibile,.alle labbra la sublime sentenza: «Muor giovine colui che agli Dei è caro».

Piero Gobetti è morto in terra di Francia.

E pensando a quel |>overo morto, clic mi fu e mi diventava ognora più caro, mi risovviene un episodio del temilo della guerra,, che mi fu narrato appunto in terra di Francia. Un vecchio contadino era stato chiamato da uno dei villaggi vicini al fronte presso la salma di un figlio che vi era caduto; c quando fu in cospetto del morto, lungi dall’abbandonarsi a manifestazioni di dolore c di amore, si profondeva in segni del più profondo rispetto; c, infine, richiesto del perchè, rispose: «Perchè mi sembra che il padre ora sia lui».

E anche a me, pensando a quel mio discepolo, morto in condizioni così pietose, mentre cercava in iiaesc straniero nuovo spazio alla vita del suo spirito, sembra che oramai il maestro sia lui.

Francesco Ruffini.

Napoli, 24 febbraio 1926.

Mi reputo ad onore potere aggiungere il mio ai nomi degli amici cd estimatori di Piero Gobetti, venticinquenne, clic a me, vecchio di settantotto anni, è toccato piangere ainaramente per la sua crudele c improvvisa morte! Appena cessata la guerra, io volli tener dietro alle non fioche pubblicazioni periodiche giovanili, che scguiron immediatamente all’armistizio; c più delle altre mi colpiron quelle, per l’appunto del Gobetti, a me ignoto sino allora, ma con cui ebbi subito occasione di scambiare, per lettera, il saluto. Nel suo viaggio di nozze, io qui lo conobbi in mia casa, unitamente con la gentile sposa; e qui 10 rividi Tanno dopo, al suo ritorno dalla Sicilia, egli non nascondendo a me, nè io a lui, 11 pensiero e l’animo, se non in tutto conformi, pienamente di accordo in tutto quello che è virtù e devozione alla patria. Or anche volendo, io non potrei nè saprei dire abbastanza come e quanto, un anno più dell’altro, egli mi apparve singolarissimo, sia per dirittura morale sia per energia di carattere. E assai addolorandomi della nemica sorte, che vie più gl’incrudeliva contro, oh, ben io ero lungi le mille miglia dal sospettare, che, da un istantc all’altro, mi sarebbe avvenuto di leggere della pietosa sua fine, tanto lontano da’ suoi cari è dalla sua Torino, in una camera di una lontana clinica straniera! Ho qui dinnanzi la ultima sua lettera, senza data — nè io ricordo se del 31 gennaio o del i° coircnte — che mi dice: «Parto per Parigi, dove farò l’editore a francese, ossia il mio mestiere che in Italia «mi è interdetto. A Parigi non intendo fare «del libellismo, o della polemica spicciola come «i granduci» spodestati di Russia: vorrei fare «uit’ojicra di cultura nel senso del liberalismo «europeo c della democrazia moderna». Povero amico! Che la pura e cara tua memoria mi accompagni in quel tanto di solitario cammino, che ancora mi avanza Giustino Fortunato.

F.ssere ad ogni momento noi, realizzare tutta la nostra possibilità di azione per noi e per gli altri in ogni istante, sentire il palpilo esultante cd inebbriante della vita, sempre, e non come mezzo a questa 0 quella pallida idealità evanescente, ma in sè e per sè come mezzo e fine alla idealità stessa che sprigiona dal suo intimo. Attingere in tale fede la capacità e la forza di rinnovarsi ad ogni istante, vedere la vila come umanità che si svolge e si supera, debolezza che si vince senza arrestarsi mai, concretezza in cui ogni umile atto acquista la sua santità, la sua consacrazione perchè è atto nostro: ecco la gioia ed il significato dell’essere, la divinità del tempo clic è progresso in cui muore l’ostacoloI (da «Energie Nuove», 1919).