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il baretti 81

BRANI Dostoievschi classico Dostoievschi artista non ha avuto fortuna in Italia. Pochissimi conoscono i suoi capolavori: L’eterno marito — L’adolescente — Gli indemaniali. Degli Indemoniali non esiste una traduzione come non c’è una decorosa traduzione dei Fratelli Caramasov.

E’ invece diffuso una specie di mito Dostoievschi volgarizzato dai francesi attraverso una frettolosa conoscenza di Merescoschi. Di questo mito rappresenta una eco anche l’ultimo libro dedicato a Dostoievschi da Otto Cuzzcr. Un Dostoievschi romantico e profetico, assetato di verità, oppresso dai problemi.

Un uomo che sarebbe vissuto per tutta la vita nella disperazione, nella miseria, costretto a scrivere in condizioni ingrate, senza serenità. Infine il vero russo, l’anima del popolo russo al quale egli verrebbe ad annunciare il destino. Pretendono che il suo mondo non sia classico perchè non è di uomini normali. I.a sua arte non sarebbe analitica, ma sintetica. La malattia sarebbe una delle cause determinanti lo stato di grazia di Dostoievschi. II dramma di tutta la sua vita deriverebbe dal fatto che mentre egli ha sentimento morale lo assilla il dubbio sulla validità oggettiva del mondo morale: rimarrebbe dunque sempre nella posizione di un ateo alla ricerca di Dio.

Noi non esitiamo a confessare che a questa esasperata descrizione (presa in parte dal noto libro del Gide, ma senza conservare del Gidc la sottile malizia) preferiamo la vecchia incomprensione dell’aristocratico De Vogué. De Vogué aveva almeno il gusto di offrirci un ritratto sconcertante: egli era stato sorpreso e sbalordito della sensibilità di questo creatore di mondi eccezionali.

u Piccolo, gracile, tutto nervi, consumato da sessantanni difficili, tuttavia piuttosto appassito che invecchiato, con la sua barba lunga c i capelli ancora biondi; e ancora dotato di una «vivacità di gatto» come egli diceva. Il viso di un contadino russo, di un vero mugich illuminato da un fuoco ora dolce ora pauroso; la fronte larga segnata da pieghe e da protuberanze, le tempie come temprate al martello, c tutti questi tratti tirali, esasperati, ricadenti su una bocca dolorosa. Io non ho mai visto su un viso umano una simile espressione di sofferenza moltiplicata; tutte le angoscio dell’anima e della carne vi avevano lasciato il loro segno; vi si leggevano, meglio che nel libro, i ricordi della casa dei morti le lunghe abitudini di spavento, di sfiducia, di martirio. Le palpebre, le labbra, tutte le fibre di questa faccia tremavano di tic nervosi. Quando si animava di collera per un’idea si poteva giurare di aver già visto questa lesta sui banchi •di una corte criminale o tra i vagabondi che vanno mendicando alle porte delle prigioni.

In altri momenti aveva la mansuetudine triste dei vecchi santi delle immagini slave. Tutto era popolano in quest’uomo, con l’inesprimibile mescolanza di banalità, di finezza e di dolcezza che hanno talvolta i contadini russi, c con qualche cosa di inquietante, forse la concentrazione del pensiero su questa maschera di proletario. In principio si rimaneva lontani da lui, prima che il suo magnetismo strano avesse agito. Abitualmente taciturno, se prendeva la parola, cominciava con tono basso, lento e volontario, riscaldandosi a poco a poco difendendo le sue opinioni senza riguardo per alcuno».

De Vogué non aveva guardato abbastanza attentamente i piccoli occhi grigi molto incavati di Dostoievschi. Ma se non ci lasciamo commovcrc in modo troppo naturale dai brividi del suo discorso possiamo ammettere che egli abbia almeno capito la compattezza delle sensazioni e l’originalità del suo mondo. Egli lo capìj e se ne spaventò come di un’enorme macchina di osservazione, rivelatrice di abissi.

I/a grandezza di Dostoievschi artista parte di qui, dalla sua tragica solitudine, e dalla sua fantasia dominatrice di una materia piuttosto in formazione che condotta a svolgimento completo. Discepolo di galeotti, come si compiacque di chiamarsi, era padrone di un’esperienza eccezionale di confessioni di anime.

Tutti i suoi personaggi sono lo sjjccchio della sua generosa solitudine. Eppure nessun’arte si può pensare più obbiettiva, meno autobiografica della sua. Se fosse stato meno disinteressato, meno preso da un’esclusiva necessità fantastica non avrebbe potuto cogliere, con tanta discrezione e con tanto sacrificio di tutte le debolezze c di tutte le piccole curiosità, i destini più chiusi c più eccezionali.

Alla sua tenerezza di creatore nessun’anima si nega: egli è pronto a vedere tutte le albe spirituali, i moti più delicati delle anime in formazione. Il suo gusto di psicologo è qui:

egli non crede ai caratteri, alle qualità, ai tipi: le sue psicologie sono specchi di contraddizione, complessità inesauribili; egli non potrà mai fotografarle perchè le vede anime sempre nascenti, sempre vergini, sempre tese verso la chiarezza: la sua arte deve essere inesauribile, insonne, per non perderne il mistero.

INEDITI E’ un’arte portata ad un’altezza tragica che talvolta rivela la tensione.

Nessuna filosofia in Dostoievschi: egli è incapace di interessarsi obbiettivamente a una teoria, incapace di individuare coti spirito dialettico i termini di un problema. I suoi personaggi non si sforzano mai di arrivare ad una verità; ma piuttosto di chiarire e capire se stessi. E Dostoievschi stesso era tormentato soltanto dai dubbi del creatore; elaborava pazientemente, cercava di vedere chiare le sue creature perchè non sapeva scrivere se non aveva strappato il segreto dei fantasmi che lo agitavano. La sua fantasia era un vortice, ma egli sapeva dominarla c ordinarla. Tuttavia non osò mai scrivere senza rivelare un tremore iniziale, l’indecisione sacra del creatore, la paura che l’espressione dovesse riuscire inadeguata, tanto urgeva dentro la materia fantastica.

Era perfettamente padrone di tutti i procedimenti e ai tifici letterari, ma ne era completamente insoddisfatto. Per molto tempo non seppe abbandonare In forma della confessione, come se questa gli permettesse una cura più trepida verso le anime dei personaggi. Il monologo traduce tutta la mobilità delle sue emozioni: quest’uomo che scolpiva, come i classic1, personaggi completi della loro solitudine, sapeva anche l’arte delle timidezze più sottili, delle precocità più oscure. Nei primi romanzi si credette romanziere di ripiego: «Senza la base dei fatti non si riesce a descrivere sentimenti». Ma i fatti da soli, non precipitati negli abissi delle coscienze, non gli offrivano un interesse sufficiente.

Però si può notare nel corso degli anni un progresso, che io non so chiamare altrimenti che epico, nella maturazione di questo stile dostoicschiauo della confessione. Dal tono timido c selvatico della storia di Nietocka Nesvanova, un capolavoro molto più delicato di Povera Genie, dove la freschezza e il languore del ricordo è dato dalla fine poesia dell’infantile narrazione, si giunge alla potenza drammatica dell’Efcnio marito in cui il grottesco c l’ironia sono imperturbabili, e l’umore bisbetico conferisce al racconto una solennità tremenda.

Il romanzo contiene due scene di tragedia notturna che, apparentemente ispirate dal Poe, si levano poi ad una fantasia rigorosamente shakespeariana. La confessione è stata jK>rtata ad una tecnica puramente drammatica ed obbiettiva.

Qui si può intendere la nostra opinione sul classicismo di Dostoieschi: opinione che farà scandalo tra i suoi isterici interpreti. Ma chi più impassibile di lui di fronte al tremendo?

Chi più sereno ed analitico e pronto osservatore di fronte al morboso? La lucida arte di Dostoievschi sdegna i lettori facili ai brividi, alle allucinazioni, alle sofferenze artificiali e letterarie; essa chiede prima di tutto il coraggio del disinteresse c l’attitudine a guardare serenamente un inferno sterminato. La sua follia è più forte.della verità. Il suo eroismo poetico ha superato tutte le prove.

Nella confidenza con cui Dostoievschi ha penetrato i suoi inafferrabili fantasmi bisogna riconoscere un dominio e una sicurezza esemplari: e fu la sua solitaria devozione all’arte a dargli qucst’incrcdibile lucidità.

(da Paradosso dello spirito russo).

Lineamenti di una storia dell’ottocento Mentre le nazioni europee si sono liberate con la guerra di religione da tutte le ideologie dogmatiche gli italiani non possono pensare ad una riforma religiosa, impegnati come sono dalle contingenze a distruggere il dominio territoriale dei pontefici; volendo essere laici sopratutto nella sostanza essi si adattarono a professare un rispetto teorico alla chiesa, e la attaccarono con armi politiche invece che sul terreno dogmatico. Così il Risorgimento resta cattolico, complici gli stessi eretici.

La preparazione ideale alla lotta politica si esaurisce nel romanticismo, che oppone un cristianesimo spiritualistico al cattolicismo reazionario della Santa Alleanza.

Tuttavia questo opportunismo è machiavellico.

La Chiesa ha fatto causa comune cogli assolutismi. Le monarchie e specialmente la sabauda, sorprese e compromesse dai primi movimenti del secolo hanno ceduto il loro posto di avanguardia c seguono l’equilibrio generale, retrive non più progressiste. Le plebi continuano a vivere intorno ai conventi e agli istituti di beneficenza, tutti cattolici; c restano cattoliche per istinto, per educazione, per interesse.

L’iniziativa spetta alla nuova classe borghese, che attua con Cavour la politica antifcudale del liberalismo economico per potersi dedicare ai traffici, alle industrie, ai risparmi c formare la prima ricchezza e il primo capitale circolante in Italia. Come potrebbe questa classe- proclamare una politica anticlericale fuor che nella questione dello Stato Pontificio?

Essa si troverebbe assolutamente isolato mentre la vittoria è subordinata alla possibilità di trascinare con le astuzie diplomatiche le altre classi volenti o no, sulla sua via. Tutte le idee prevalenti nella penisola sono cattoliche o cristiane (Gioberti, Manzoni, Mazzini).

Solo le minoranze politiche sicure del loro compito storico sentono più forte di tutti il dovere della fedeltà allo Stato c credano alle nuove esigenze economiche.

Il ncoguclfismo è lo strattagemma per cui le masse avverse al progresso nazionale l>orghesc sono indotte a seguire le minoranze. Il liberalismo laico moderato per evitare l’isolamento c per non trovarsi nemiche nello stesso tcni|>o le plebi c la reazione, mette avanti idee banali c programmi di compromesso.

Cosi questa minoranza borghese riesce a conquistare la monarchia incerta, c a servirsi del suo prestigio. Vittorio Emanuele II crede di allargare i confini del Piemonte e serve al programma di Cavour, che gli trasforma le basi dello Stato facendo di un regno costituzionale un governo parlamentare.

E gli storici si domandano ancora come Cavour potesse farsi aiutare dalla borghesia francese!

E’ ovvio clic questa classe politica non può bandire troppo apertamente le idee di libertà c di democrazia odiate dalle 9tcsse plebi borbonicamente retrive. Essa conserva il suffragio ristretto, addomestica garibaldini c borbonici con gli impieghi di stato, esercita una generica propaganda patriottica, facendo giocare l’equivoco del cattolicismo liberale. Mancavano forze c partiti ordinati: si supplì con volontari c avventurieri. Il nebuloso messianismo di Mazzini, l’entusiasmo di Garibaldi, l’enfasi dei tribuni furono le forze che favorirono un equilibrio provvisorio. Tutta questa è materia incomposta c vi affiorano i più profondi vizi della razza: una direzione si deve a Cavour. Egli è lo spirito provvidenziale, l’originalità del Risorgimento.

La Rivoluzione Francese ha le proporzioni di un grande dramma ora nazionale, ora europeo.

E’ la rivendicazione di masse popolari nuove, rivolta <li pojxdo condotto da scelte guide borghesi contro le classi in decadenza.

Il Risorgimento italiano è invece la lotta di un uomo c di pochi isolati contro la cattiva letteratura di un popolo dominato dalla miseria: la storia civile della inmisola pare talvolta il soliloquio di Cavour che da una materia ancora informe in dieci anni di diplomazia cerca di trasformare c trarre gli elementi della vita economica moderna e i quadri dello stato laico.

In realtà, specialmente quando è solo, Cavour ubbidisce a una segreta voce della storia c a un oscuro destino della razza, che sembra annunciarsi durante tutto il settecento in misteriosi profeti disarmati, che, sorpresi dalle tenebre, appena indovinano la luce.

(da Risorgimento senza croi).

Misticismo e marxismo Benché Dostoievschi abbia cercato di elaborare una dottrina che conciliasse slavofili e occidentali, le sue idee si devono riportare allo sviluppo interno del suo mito slavofilo c una analisi del suo pensiero può presentarci, nella e pressione logica più completa, le idee direttive del movimento.

Direttamente dalla mistica esaltazióne di Chirieievschi e di Comiacev nasce questa dichiarazione:

«La classe intellettuale russa è la più elevata e la più seducente di tutte le élites che esistano. In tutto il mondo non si trova nulla clic le sia simile. E’ una magnificenza di splendida bellezza che ancora non si stima abbastanza. Pròvati a predicare in Francia, in Inghilterra, e dove vorrai che la proprietà è illegittima, che l’egoismo è criminale.

Tutti si allontaneranno da te. Come potrebbe essere illegittima la proprietà individuale?

E che vi sarebbe allora di legittimo?

Ma l’intellettuale russo ci saprà comprendere.

Egli ha cominciato a filosofare appena la sua coscienza si è svegliata. Così se egli tocca un pezzo di pane bianco, subito si presenta agli occhi suoi un quadro tetro: «E’ il pane fabbricato da’ schiavi». E questo pane bianco gli sembra molto amaro.

Egli ama, ma vede il fratello suo inferiore che vive nella bassezza, che vende per qualche soldo la sua dignità di uomo e allora l’amore perde tutto il suo fascino per l’intellettuale.

Il popolo è diventato la sua idea fissa:

egli cerca il modo di avvicinarsi a questa folla tacitmna, di confondersi con essa. Senza il jjopolo, che da migliaia di anni porta in sè tutta la storia russa, senza l’amore per il popolo, un amore ingenuo, mistico, l’intcllcttualc russo non si potrebbe concepire. Per questo egli si mette con ansietà c scrupolo alla ricerca continua del vero, del vero popolare, contadinesco! Rinuncia a tutto ciò che costituisce la fierezza, la felicità ordinaria del mortale:

dai villaggi, dai campi, dalla terra nera, ricevono gli intellettuali le loro idee morali.

Essi si vergognerebbero di vivere dimenticando il piccolo contadino c hanno preso a prestito da lui la celebre formula: la vita secondo verità non secondo diritto e scienza.

E’ vero che in occidente domina la scienza, la coscienza della necessità, giuridica c storica.

Ma in Russia domina l’amore. Noi crediamo in esso come in una forza misteriosa clic annienta d’uu tratto tutti gli ostacoli e instaura subito una nuova vita. Questa immagine di una vita nuova, di una vita intcriore, si trova sempre nel cuore c nella testa di ogni intellettuale russo c noi ci siamo sempre entusiasmati per questa vita vera basata sull’amore del prossimo e elio non si piega a nessuna formula tranne che alla formula dettata dal cuore».

Questo verbalismo populistico spiega meglio di ogni critica nostra, come ogni forza di sistemazione del pensiero filosofico dovesse necessariamente esaurirsi in una povertà filosofica ingenua, in un sentimentalismo gonfio di una visione sconfortata del dolore universale.

Gli sforzi esegetici dei letterati russi per ritrovare una filosofia di Dostoievschi ànno fissato in conclusione formule che contraddicono ad ogni serietà filosofica: rivelazione dell’eterno fanciullesco, messianismo, ecc.

Il russismo autoctono per esempio che gli attribuisce una interprete slavofila è soltanto un segno della sua audacia fantastica. Infatti la spontaneità del pensiero che non ha dietro di sè un Medioevo nonché costituire uh carattere di originalità determina essenzialmente il carattere antistorico del suo pensiero: e il suo sentimento di paura di fronte alla morte lo conduce ad affermare l’eternità della vita, ma in una forma poetica.

In queste premesse anche se i Russi si ostinano a scorgervi l’ardore di un’anima profetica, noi vediamo soltanto i limiti di un tormentato individualismo. Quando Dostoievschi vuole uscire da questo punto morto per penetrare la storia, riesco soltanto a porre un astratto dualismo tra divinità e umanità in cui l’umanità è ateismo, natura cieca, immoralità che non riesce a superarsi e che è santificata dalla pietà, dall’aspettazione messianica di una rivelazione storicamente assegnata alla Santa Russia — realizzatrice di infinità e di eternità. Ma anche l’infinito e l’eterno non sono teorizzati filosoficamente, ma sono pensati da Dostoievschi come qualche cosa di assolutamente immenso, di fronte a cui si prova un’impressione di brivido. L’amore suo è per l’umanità in generale; di fronte a un individuo il suo sentimento è talvolta di dispetto e talvolta di esclusiva contemplazione estetica; c l’amore universale stesso gli è dettato ancora da un sentimento individualistico: la paura della solitudine. I tentativi filosofici si dissòlvono tutti in psicologia empirica.

L’azione politica che scaturisce da questo atteggiamento è vaga e messianica. ’La mistica ispirazione all’infinito, all’eterno, diventa scuola diseducativa in cui è annegato ogni realismo in omaggio a nebbie spiritualistiche; c si incoraggiano le aspirazioni del popolo a un’anarchica organizzazione sociale in cui è smarrita ogni coscienza dei valori individuali ed ogni saldo spirito di coesistenza statale.

Ia predicazione nazionalistica cade su un terreno propizio alle deformazioni che alimenta l’esasperazione di pregiudizii e malattie clic già aspramente pesano come una costrizione di immobilità sulla storia del pòpolo: l’impreparazione più completa a Sentire l’importanza c i limiti del problema economico non consente uno svolgimento adeguato agli spunti di pensiero che potrebbero riuscire sani e fecondi.

• * * Ira posizione spirituale dell’intcllettualismo populista che rimane statica per quasi quarant’anni e dalla qualp nascono indirettamente nella vita sociale i due fallimenti rivoluzionari del X905 e del 1917.0 il punto culminante della crisi mistica slava.

L’intelligenza, staccatasi sempre più dal popolo, a man mano che ini questo penetravano i germi della modernità, si rivela impotente al suo compito. Le sue esperienze meramente intellettuali sono soffocate in un circolo vizioso.

Mentre questo processo di dissoluzione si compie troviamo i primi documenti di una critica sociale realistica nei marxisti.

Ma anche il marxismo in Russia segue un suo processo e deve sopportare dure crisi di sviluppo e di fraintendimenti.

Sulle orme di Herzen gli slavofili, per primi, si affrettano ad aderire al marxismo importato dalla Germania, c ne falsano completamente lo spirito come avevano falsato l’hegelismo.

I Nichilisti sono il frutto di questa aberrazione: uomini di entusiasmo che partecipano all’azione con mentalità estetizzante per un astratto eroismo, per una astratta purezza.

L’adesione dell’intelligenza al marxismo risale agli anni 1880-1890 ed è la conseguenza più immediata del fallimento delle aspirazioni della Narcdia V’olia: stremati di forze.a} progressivo ascendere del movimento proletario, deciso ormai a scegliere vie autonome, si salvano con un equivoco e in realtà corrompono e indeboliscono quel sistema a cui portano la loro nebulosità. Il socialismo russo dopo il ’90 è ancora messianico e fonda il concetto di socializzazione sul mir preistorico.

I germi vitali del marxismo ortodosso restano nascosti, quasi soffocati, ma vigili c pronti ad agire in questa disorganizzazione. Accettando rigidamente il rhaterialismo storico i bolscevici distruggono gli ideali nebulosi che